Crepax Guido


Guido Crepax (Milano, 15 luglio 1933 – Milano, 31 luglio 2003) è stato un fumettista italiano. Ha profondamente influenzato il mondo del fumetto erotico europeo dalla seconda metà del XX secolo. È noto soprattutto per il suo personaggio Valentina, ideato nel 1965 nel contesto degli anni sessanta, caratterizzato dal sofisticato disegno e dalla psichedelica e onirica trama, in genere con una forte dose di erotismo. Le opere di Crepax sono state tradotte in numerosi Paesi, tra i quali Francia, Brasile, Spagna, Germania, Giappone, Stati Uniti, Finlandia e Grecia. Fu sempre caratterizzato da uno stile personalissimo, elegante e ricercato nel segno. Estremamente libero dal punto di vista compositivo, Crepax costruisce ogni tavola in base alle esigenze del momento, ma si può notare il frequente ricorso alla scomposizione delle immagini in vignette più piccole, a volte piccolissime, dettagli minimi (le labbra appena dischiuse, uno sguardo, un telefono che non squilla) per sottolineare uno stato d’animo, per creare un’attesa, per evidenziare un particolare importante.

Biografia
Origini e carriera
Guido Crepax nacque a Milano il 15 luglio 1933. Era figlio di Gilberto Crepax, primo violoncello della Scala, originario di Dolo (in provincia di Venezia) e fratello del discografico Franco Crepax. Si laureò in architettura nel 1958 ma già prima aveva iniziato a occuparsi di grafica pubblicitaria creando poster e copertine per riviste (tra cui la prima copertina originale dell’edizione italiana di Galaxy), libri e LP (compreso il famoso Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno).

Nel 1957 divenne famoso per la sua campagna pubblicitaria della Shell, che ricevette la Palma d’oro per la pubblicità. L’anno dopo cominciò a collaborare con il Tempo Medico, la prima rivista medica italiana, di cui disegnò le copertine fino a metà del 1980. Nel 1963 Crepax entrò nel mondo dei fumetti e due anni più tardi creò il suo più famoso personaggio, Valentina, apparsa inizialmente sulla rivista di fumetti Linus come personaggio secondario di una serie di fantascienza; Valentina è la fidanzata di Philip Rembrant, un critico d’arte che possiede strani poteri ed è noto anche col nome di Neutron. Il primo episodio è La curva di Lesmo (una curva dell’autodromo di Monza) seguito a sua volta da altri trenta raccolti in sette libri. A questi si aggiungono nel tempo altri libri come la Lanterna magica del 1977 e Valentina pirata (il primo interamente a colori).

Disegno per copertina di libretto per L’albergo dei poveri per l’editore Ricordi. Milano, Archivio storico Ricordi.

Disegno per copertina di libretto per La leggenda del ritorno per l’editore Ricordi. Milano, Archivio storico Ricordi.

Disegno per copertina di libretto, disegno per Count Down. Archivio Storico Ricordi

Valentina nasce quindi su Linus e per lungo tempo fu questa la rivista che la farà crescere e conoscere; Valentina avrà la caratteristica piuttosto inconsueta nel mondo del fumetto, di invecchiare, seppur più lentamente del normale. L’uscita di scena della sensualissima ragazza dai capelli a caschetto avviene nel 1995, dopo oltre trent’anni, con la storia Al diavolo Valentina. Le avventure di Valentina sono un miscuglio di temi onirici, fantastico, fantascienza, spionaggio e (successivamente) erotismo. Hanno avuto un grande successo in Italia e all’estero (specialmente in Francia). Neutron viene grandemente surclassato e messo in ombra e perde i suoi superpoteri, pur divenendo il protagonista di un fumetto pubblicato nella rivista Corto Maltese. Ispirato all’Odissea di Omero, verrà considerato uno dei picchi massimi della produzione di Crepax (anche dal punto di vista dei dialoghi, sempre ritenuti elemento debole delle sue storie). Valentina, ispirata all’attrice del cinema muto Louise Brooks e in parte alla moglie di Crepax, Luisa, ha ispirato a sua volta un film del 1973 (Baba Yaga diretto da Corrado Farina con Isabelle de Funès nella parte di Valentina) e nel 1989 una serie di telefilm per la tv, in cui la protagonista era interpretata da Demetra Hampton.

Crepax ha dato vita a molti altri personaggi, in massima parte figure femminili protagoniste di storie dall’erotismo elegante e ricercato. Alcuni personaggi sono frutto della fantasia dell’autore, altri invece nascono dall’adattamento di opere letterarie. Fra le altre eroine di Crepax si possono contare Belinda, Bianca, Anita, Giulietta e Francesca. La prima ad apparire, in ordine di tempo, è Belinda, realizzata nel 1967 e protagonista di due storie. L’anno seguente fa il suo esordio Bianca (1968), protagonista di una serie di avventure brevi (La casa matta, Odessa 1905, Il collegio delle fanciulle, Quadri straordinari ecc) e in seguito anche di una rivisitazione de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Di Bianca verranno poi pubblicati altri episodi sulla rivista Il Grifo.

A Bianca segue la bionda Anita (ispirata da Anita Ekberg, protagonista del film La dolce vita di Federico Fellini), protagonista di Anita, una storia impossibile, una impressionante storia onirica in cui ha un rapporto sessuale con la TV e in cui si può leggere una evidente critica all’influenza dei media. I fumetti su Francesca riguardano la vita di una collegiale adolescente, senza alcuna connotazione erotica, e sono apparse sulle pagine di Lupo Alberto Magazine. Per L’Espresso Più crea, negli anni novanta, i personaggi di Giulietta e Romeo che poi riprende per la rivista Comic Art sulla quale pubblica diversi episodi. Il riferimento a Shakespeare non va molto oltre il titolo e il nome dei protagonisti.

Intanto, nel 1976, Crepax realizza Casanova, una trasposizione della vita del celebre libertino nella Venezia del settecento. Il 1978 è la volta di Histoire d’O, dal romanzo di Pauline Réage (pseudonimo della scrittrice Dominique Aury), la storia di una donna che si rende schiava e si presta a qualsiasi pratica erotica per amore. Nel 1979 traspone a fumetti uno dei romanzi più scandalosi del Marchese de Sade (da cui deriva il termine sadismo), Justine o le disavventure della virtù, nel fumetto in due parti Justine. Tra gli altri adattamenti Venere in pelliccia (1984) ispirato all’opera di Leopold von Sacher-Masoch (dal cui nome è stato coniato il termine masochismo) dove Crepax tratta i temi del romanzo in maniera meno allusiva e più cruda. Questi adattamenti sono seguiti da quello di Emmanuelle.

In questi adattamenti Crepax si dimostra più esplicito nella rappresentazione della sessualità di quanto non lo sia nelle storie di Valentina, Bianca e delle altre sue eroine; il tratto è sempre elegante e ricercato ma le storie oltrepassano quell’erotismo, a volte anche molto spinto, tipico dell’autore, per consentirgli di adattare le opere letterarie fedelmente e senza falsi moralismi. Crepax non si è limitato ad adattare a fumetti opere di carattere apertamente erotico, trasponendo anche classici in cui l’erotismo è assente o soltanto suggerito. Si tratta molto spesso di classici della letteratura orrorifica o fantastica.

Con Il duplice delitto della via Morgue, pubblicato nel 1968 su Linus, Crepax si cimenta con la letteratura gotica di Edgar Allan Poe illustrando l’opera dello scrittore statunitense in sette tavole. Sempre per la rivista Linus realizzerà nel 1971 un altro racconto di Poe, Il mistero di Marie Roget. Tornerà infine sull’opera del maestro del gotico molti anni dopo, trasponendo una personalissima interpretazione de La lettera rubata per la rivista Il Grifo. Per Corto Maltese, rivista di fumetto d’autore che si affaccia sul mercato nel 1983, pubblica sin dal primo numero una trasposizione abbastanza fedele del Dracula di Bram Stoker. Crepax pubblica il suo Conte Dracula seguendo le vicende tracciate da Stoker, anche se calca la mano sugli aspetti più sensuali legati alla figura del vampiro.

Con Dr Jekyll e Mr Hide nel 1987 adatta il famoso romanzo di Robert Louis Stevenson; tra l’altro l’autore aveva già realizzato in gioventù una versione della storia (Il Dottor Jekill, realizzata tra il 1945 ed il 1946 insieme ad un’altra storia: L’uomo invisibile) pubblicata solo successivamente nel 1972. Crepax si è cimentato anche con il bellissimo romanzo di Henry James, Giro di vite riuscendo a ricreare l’atmosfera morbosa dello stesso ma rendendo in qualche modo più esplicito quello che nel romanzo viene soltanto lasciato intendere. Giro di vite è stato pubblicato a puntate sulle pagine di una delle ultime riviste di fumetto Il Grifo (a cura di Vincenzo Mollica).

Nel 1999 ha adattato anche Il processo di Franz Kafka rendendo le inquietanti e grottesche atmosfere del romanzo. L’anno seguente è la volta di Salomè, reinterpretato in chiave moderna da un Crepax ormai decisamente orientato verso la rivisitazione di grandi classici. L’ultima delle opere realizzate in questo senso (in realtà l’ultimo fumetto in assoluto pubblicato da Crepax) è ancora una volta un classico della letteratura horror: Frankenstein di Mary Shelley, pubblicato nel 2002 direttamente in volume da Grifo Edizioni. Crepax ha spesso operato riletture e rivisitazioni di vecchi miti come nel già citato caso di Bianca alla quale ha fatto rivivere le avventure di Gulliver nella storia I viaggi di Bianca (pubblicato su alter alter nel 1983) o di Neutron che si è trovato a ripercorrere una sorta di versione moderna dell’Odissea interpretando una specie di Ulisse nella storia Nessuno.

Disegno per copertina di libretto, disegno di Guido Crepax per Il coccodrillo (s.d.)

Ma a questa sorte non sfugge neanche Valentina, che affronterà il suo episodio più scabroso proprio per reinterpretare a modo suo un’opera letteraria, il romanzo di Georges Bataille Storia dell’occhio, nell’avventura Storia di una storia. Non mancano storie libere dell’autore disseminate sulle riviste più varie o su volumi dedicati alla sua opera. Tra le riviste con le quali la collaborazione è stata più intensa vi sono Linus, alter alter e Corto Maltese (sul quale l’autore continuerà a lungo le avventure di Valentina dopo la chiusura delle altre riviste), ma non mancano collaborazioni con numerose altre riviste come i già citati Il Grifo (Il sesto senso, alcuni episodi di Bianca ecc), Comic Art (Becky Lee, La storia immortale, Piccolo grande Bogey, Gradiva ecc), Eureka (alcuni episodi di Anita).

Ne La Calata di Mac Similiano XXXVI, pubblicata su Linus nel 1969, l’autore esprime il suo punto di vista sull’intervento militare americano in Vietnam; nel 1977 realizza L’uomo di Pskov sul tema della rivoluzione russa, seguito un anno dopo da L’uomo di Harlem, sul mondo del jazz a New York, nella collana Un uomo un’avventura edita dalla Sergio Bonelli Editore.

Oltre alla sua di gran lunga più conosciuta attività fumettistica, Crepax era un appassionato progettista di giochi di guerra e collezionista di soldatini di carta, da lui stesso disegnati. Suoi sono stati alcuni dei primi giochi di guerra destinati al grande pubblico pubblicati in Italia:

Morte
Malato da anni di una forma grave di sclerosi multipla, Guido Crepax è morto il 31 luglio 2003, all’età di 70 anni, a causa della patologia neurologica, in seguito a un peggioramento improvviso il mese precedente. Dopo una commemorazione civile, il corpo è stato tumulato senza cerimonia alcuna nella Cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, accanto a Giorgio Gaber.


Murtić Edo

Edo Murtić nacque il 4 maggio 1921 a Velika Pisanica, nei pressi di Bjelovar, in Croazia (all’epoca parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Era il secondogenito di Vinko e Franciska Murtić. Durante l’infanzia, la famiglia si trasferì a Zagabria, dove Murtić ricevette la sua formazione scolastica. Frequentò la Scuola d’Arte e Mestieri dal 1935 al 1939, studiando con Edo Kovačević, Kamilo Tompa ed Ernest Tomašević. La sua prima esposizione risale al 1935, presso il Liceo Reale di Zagabria.

Nel 1939 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Zagabria, dove fu allievo di Ljubo Babić e Krsto Hegedušić. Nel 1940 seguì anche i corsi tenuti da Petar Dobrović a Belgrado, per poi fare ritorno a Zagabria nel 1941 e completare gli studi presso l’accademia.

Murtić fu fortemente influenzato dalle idee socialiste e, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si unì al movimento antifascista. Nella primavera del 1944 entrò a far parte delle forze di liberazione, per le quali lavorò alla realizzazione di grafiche, manifesti e pubblicazioni.

Nel dopoguerra, intraprese numerosi viaggi ed esposizioni a livello internazionale. Nel 1951 trascorse un periodo negli Stati Uniti e in Canada, dove entrò in contatto con il movimento dell’espressionismo astratto. Tornato a Zagabria, fu tra i fondatori del gruppo “Mart” nel 1956.

Nel 1958 partecipò a tre dei più importanti eventi mondiali d’arte contemporanea: la Biennale di Venezia, il Premio Carnegie a Pittsburgh e Documenta a Kassel.

Murtić fu sposato con Goranka Vrus Murtić, artista affermata a sua volta. Insieme acquistarono e restaurarono una vecchia casa in pietra nella cittadina istriana di Vrsar, dove trascorrevano gran parte dell’anno, pur mantenendo la residenza principale a Zagabria. A proposito della sua casa estiva e dello studio, Murtić affermò: «Qui è davvero bello, godo di un silenzio e una concentrazione insostituibili… Non so se potrei trovare un luogo più bello al mondo». Il paesaggio di Vrsar ispirò numerose sue opere, in particolare il ciclo “Montraker”, intitolato al vicino sito dell’antica cava romana.

Edo Murtić fu membro dell’Accademia Jugoslava delle Scienze e delle Arti (oggi Accademia Croata delle Scienze e delle Arti) e del Comitato croato di Helsinki per i diritti umani. Fu inoltre nominato cittadino onorario della città di Bjelovar.

È scomparso a Zagabria il 2 gennaio 2005, all’età di 83 anni.

Cuoghi Vanni


nato a Genova nel 1966 , vive e lavora a Milano

La galleria Marco Codognotto di Udine è lieta di presentare la monografica di Vanni Cuoghi, Tra sogno e (di)segno, con un testo di Arianna Baldoni. In mostra un nucleo di venti opere delle serie dei diorami dal titolo Monolocale e Saluti da, realizzate ad acquerello e china su carta a partire dal 2014 sino a oggi. A queste si affiancano due dipinti su legno sagomato che raffigurano alcune piante officinali, tema trattato da Cuoghi negli ultimi anni di ricerca, esplorando il concetto della Messa in scena della Pittura contestualmente all’ibridazione linguistica del disegno e della scultura, attraverso la tecnica del paper cutting e della sagomatura. La sua pratica prende avvio dal segno di una penna, un bisturi o una lama, per tracciare dapprima il contorno dello spazio e delle figure che poi ritaglia dal supporto cartaceo oppure da tavole lignee. «C’è una strada che la pittura percorre, in cui si relaziona, obbligatoriamente, con la terza dimensione ed è la lingua della scenografia in cui lo spazio viene agito, simulando la vita, attraverso la narrazione», spiega Cuoghi. «Affrancandosi dalla matrice originaria, le forme, le miniature e i ritagli si combinano, creando l’intreccio narrativo che si riflette su piani multipli dipinti. Il linguaggio pittorico si appropria così delle tecniche archetipiche sia della scultura, assumendo connotazioni oggettuali, sia dell’architettura nella definizione dello spazio. Nella serie dei Monolocali – creata in cento esemplari – riverberano atmosfere metafisiche e stranianti, quasi fossero microcosmi di storie silenti, enigmi traslati nel tempo, laddove lo sguardo adombra l’ignoto. Si tratta di narrazioni che si fanno aneddoto sulla potenza illusionistica delle immagini dipinte, disegnate, ritagliate, rifilate. Nel ciclo Saluti da, tra quinte e piani alterni all’interno di piccoli contenitori in plexiglas, prendono forma racconti di eventi passati tra cui due lavori inediti realizzati da Cuoghi in omaggio alla città di Udine», scrive Arianna Baldoni.

De Marchi Riccardo

Foto: su gentile concessione

Riccardo De Marchi è nato a Mereto di Tomba nel 1964.

Esposizioni personali

1986
Sestante, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.

1994
Riccardo De Marchi. Timpani, Galleria Turchetto/Plurima, Milano.

1995
Opere, Sw Bau, München.

1996
Le Porte Regali (dedicated to Pavel Florenskij), Galleria Plurima, Udine.
Riccardo De Marchi, Graziano Negri, APC Galerie, Köln.

1997
Riccardo De Marchi, Arte Fiera Bologna, Bologna (Galleria Plurima, Udine).

1998
Riccardo De Marchi. Correzione, Maria Cilena Arte Contemporanea, Milano; Galleria Plurima, Udine.
Riccardo De Marchi, Künstlerhaus Palais Thurn und Taxis Bregenz, Bregenz (con Markus Huemer e Ingo Springenschmid).

1999
Riccardo De Marchi. Testi per Nulla, Galleria d’Arte Niccoli, Parma.

2000
Riccardo De Marchi, Arte Fiera Bologna, Bologna (Galleria d’Arte Niccoli, Parma).
Riccardo De Marchi, Galleria Plurima, Udine.
Riccardo De Marchi, Rino Costa Arte Contemporanea, Casale Monferrato.

2002
Incompleto Capovolto, Artcore Gallery, Toronto.

2003
Riccardo De Marchi. One man Show, Art Brussels, Bruxelles (Artcore Gallery, Toronto).
Testi per Nulla, Riva Gallery, New York.

2005
Text, Artcore Gallery, Toronto.

2008
Riccardo De Marchi. Tutti i buchi del mondo, Galleria d’Arte Niccoli, Parma.

2009
Alan Charlton Riccardo De Marchi, Villa Pisani Bonetti, Bagnolo di Lonigo.

2011
Riccardo De Marchi Bruno Querci, Ars Now Seragiotto, Padova.
Riccardo De Marchi. Fori Romani, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma, Roma.

2012
Riccardo De Marchi. Le parti mancanti, A arte Studio Invernizzi, Milano.

2013
Riccardo De Marchi, Galeria del Paseo, Manantiales.

2014
Raum und Licht: Riccardo De Marchi + Francesco Candeloro, Neuer Kunstverein Aschaffenburg, Aschaffenburg.
Riccardo De Marchi. Alfabeto possibile, Casa Cavazzini Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine, Udine.

2017
Riccardo De Marchi. 2777, E3 Arte Contemporanea, Brescia.

2019
Riccardo De Marchi. Àllai opaì (altri buchi), A arte Invernizzi, Milano.

Esposizioni collettive (selezione)

1985
70a mostra collettiva Bevilacqua La Masa, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.

1986
Bevilacqua La Masa. Linea diretta – Palazzo Forti, Palazzo Forti, Verona.

1987
Under 35, Arte Fiera Bologna, Bologna.

1989
Avanguardia accademica, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento.

1991
Artisti in Palazzo Carminati, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.

1992
Corale, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.

1993
Deterritoriale nell’ambito della XLV Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.
Latina olim palus, Palazzo della Cultura, Latina.

1995
Revoltella Estate, Museo Revoltella, Trieste.

1996
Nuove contaminazioni: architettura, arte, design, fotografia, museo, città, territorio, Casa Cavazzini Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine; Chiesa di San Francesco, Udine.

1997
Die andere Richtung der Kunst Abstrakte Kunst italiens ’60-’90. L’altra linea dell’arte. Arte astratta italiana 1960-1990, DuMontkunsthalle, Köln.

1998
Insieme oltre una linea d’ombra, Galleria Fumagalli, Bergamo.
Meteore. Monocromi di fine Millennio, Galleria The Box, Torino.
Periscopio 1998. Rassegna di giovani artisti, Cascina Roma, San Donato Milanese; Cascina Grande, Rozzano.
IX Biennale Internazionale di Scultura Città di Carrara. Scultura/Architettura/Città, Carrara.

1999
Bel tempo / Fine Weather (Artists from Northern Italy), Ludwig Múzeum, Budapest.
Wim Wenders e due generazioni, Galleria Contemporaneo, Mestre-Venezia.

2000
Sulla pittura. Artisti italiani sotto i 40 anni, Palazzo Sarcinelli, Conegliano.
XL Premio Suzzara 2000. Contaminazioni tra linguaggi e tecniche, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Suzzara.

2001
Hicetnunc: rassegna di arte contemporanea, Villa Manin Centro d’Arte Contemporanea, Passariano di Codroipo.
Materia Niente. Dal silenzio della materia al niente del monocromo, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia.
La natura, l’arte, la meraviglia, Museo di Storia Naturale, Verona.

2002
Paraxo 2002. IX Rassegna Biennale d’Arte Contemporanea, Borgo Colla Micheri; CCP Centro Culturale Paraxo, Alassio; Castello Medievale Paraxo, Chiesa dei SS. Giacomo e Filippo, Andora.
Nuovi Scultori Italiani. Riccardo De Marchi, Arcangelo Sassolino, Giuliano Dal Molin, Brolo Centro d’Arte e Cultura, Mogliano Veneto.

2004
Hicetnunc: rassegna di arte contemporanea, Chiesa di Santa Maria dei Battuti, San Vito al Tagliamento.

2005
Orange. Wallpapers and other objects, Galica Arte Contemporanea, Milano.
Per esempio. Arte Contemporanea Italiana dalla Collezione UniCredit, MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto.

2006
C4 index n°0, C4 – Centro Cultura del Contemporaneo Caldogno, Caldogno.

2007
Dimensioni e territorio variabili: forme della scultura. Rassegna d’arte Palinsesti Arte Contemporanea San Vito al Tagliamento, San Vito al Tagliamento.

2009
Temi & Variazioni. Dalla grafia all’azzeramento, Peggy Guggenheim Collection, Venezia.
In-finitum, Palazzo Fortuny, Venezia.

2010
Arte Natura Poesia. Interventi a Morterone, Palazzo Municipale, Morterone.
Apertura al pubblico dei nuovi spazi del MACRO, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma, Roma.

2011
In Parallelo. Una mostra. Tre luoghi, A arte Studio Invernizzi, Milano; MiArt, Milano (A arte Studio Invernizzi, Milano); Art Brussels, Bruxelles (A arte Studio Invernizzi, Milano).
Temi & Variazioni. Scrittura e Spazio, Peggy Guggenheim Collection, Venezia.
Percorsi riscoperti dell’arte italiana nella VAF Stiftung 1947-2010, MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto.
Tra. Edge of Becoming, Palazzo Fortuny, Venezia.

2012
Immagine della Luce. Artisti della contemporaneità internazionale per Villa Clerici, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici, Milano.
La magnifica ossessione, MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto.
Genesi del fare, A arte Studio Invernizzi, Milano.

2014
L’occhio musicale, A arte Invernizzi, Milano.
Morterone: una soglia poetica. Natura Arte Poesia, Palazzo delle Paure, Lecco.

2015
Arte Fiera Bologna, Bologna (A arte Invernizzi, Milano).
MiArt, Milano (A arte Invernizzi, Milano).
Art Cologne, Köln (A arte Invernizzi, Milano).
PROPORTIO, Palazzo Fortuny, Venezia.
“Formae”. Bonum, Pulchrum, Verum, Monastero di Astino, Bergamo.
“Amore e scelta”. Opere della collezione Fondazione Pablo Atchugarry da Joaquìn Torres Garcìa a Getulio Alviani, Abbazia di Rosazzo, Manzano.

2016
The Sharper Perception: Dynamic Art, Optical and beyond, GR Gallery, New York.
Arte Fiera Bologna, Bologna (A arte Invernizzi, Milano).
Hello Again: A Survey on Contemporary Sculpture, Alison Milne Gallery, Toronto.
L’Occhio Cinematico. Arti Visive e Cinema oltre la soglia del Visibile, A arte Invernizzi, Milano.
MiArt, Milano (A arte Invernizzi, Milano).
Art Cologne, Köln (A arte Invernizzi, Milano).
Da vicino. “In ascolto dell’inudibile risuono dell’opera”, A arte Invernizzi, Milano.

2017
MiArt, Milano (A arte Invernizzi, Milano).
Art Cologne, Köln (A arte Invernizzi, Milano).
Vértigo au rendez-vous des amis, Fundación Pablo Atchugarry, El Chorro, Maldonado (con Arcangelo Sassolino e Francesco Candeloro).

2018
MiArt, Milano (A arte Invernizzi, Milano).
L’Occhio Filosofico, A arte Invernizzi, Milano.
W.W.W. What Walls Want, Marignana Arte, Venezia.
Code and Sign, E3 Arte Contemporanea, Brescia.
Tension and Dynamism. Atchugarry, De Marchi, Lescher, Maggi, Pinto, Sassolino, Vázquez, Piero Atchugarry Gallery, Miami.

2019
Art Genève, Genève (A arte Invernizzi, Milano).
MiArt, Milano (A arte Invernizzi, Milano).
Colloquium. Günter Umberg e l’arte italiana, A arte Invernizzi, Milano.
UNTIL. Riccardo De Marchi, Marco Gastini, Franco Guerzoni, Marco Tirelli, MARCOROSSI artecontemporanea, Milano.
Carlo Invernizzi and His Poetic World, Neuer Kunstverein Aschaffenburg, Aschaffenburg.

2020
PLURIMA. Galleria d’arte Udine/Milano 1973-2012, Galleria Regionale d’Arte Contemporanea Luigi Spazzapan, Gradisca d’Isonzo.
Carlo Invernizzi. Dove sorge il canto gli uccelli non volano, Fondazione Ado Furlan, Pordenone.
Sul margine, A arte Invernizzi, Milano.

2021
Morterone. Natura Arte Poesia, Casa dell’Arte, Morterone.
Spazi sensibili. Philippe Decrauzat Riccardo De Marchi Martina Klein Arcangelo Sassolino, A arte Invernizzi, Milano.

2022
L’occhio critico, A arte Invernizzi, Milano.

Di Bello Bruno

Di Bello Bruno
Torre del Greco, 10 maggio 1938 – Milano, 5 marzo 2019
Foto: Web

Bruno Di Bello è stato un pittore e fotografo italiano esponente della Mec-Art e membro fondatore del Gruppo 58.

Dopo aver frequentato l’Accademia di belle arti di Napoli iniziò nel 1958 la sua carriera espositiva, formando con gli amici Luigi Castellano, Franco Palumbo, Guido Biasi, Lucio Del Pezzo, Sergio Fergola e Mario Persico il Gruppo 58. Questo gruppo di artisti, che gravitava intorno alla figura di Castellano, detto Luca, si riconobbe nelle tematiche dell’Arte nucleare di Enrico Baj loro promotore e sostenitore. Sarà lui infatti a pubblicare il Manifesto del Gruppo 58, scritto da Biasi, sulla rivista Il Gesto. Il gruppo si dotò inoltre di un proprio periodico, il Documento – Sud ed iniziò ad esporre in varie gallerie a Napoli, Roma, Firenze e Milano.

Nel 1959 il gruppo creò un secondo manifesto, il Manifeste de Naples, in cui in maniera satirica i firmatari prendevano le distanze dall’Astrattismo, esponendo una volontà concreta di superare questo movimento attraverso l’apertura ad una nuova possibile figurazione. L’importanza nella storia delle neoavanguardie ricoperta dal Gruppo 58 è ben evidenziata dall’importanza e dal numero dei firmatari di questo documento, tra cui spiccavano Sanguineti, Sordini, Recalcati, Balestrini, Paolazzi e molti altri, non solo artisti ma anche letterati e critici.

Parallelamente alle esposizioni del Gruppo 58, Di Bello iniziò nei primi anni ’60 ad esporre i propri lavori in alcune personali a Napoli e Bologna.

Nel 1961 l’attività del gruppo poté dirsi ormai conclusa, con la chiusura della rivista Documento – Sud, che pure aveva avuto un enorme impatto sulla scena artistica italiana e partenopea, oltre alla creazione di un prolifico asse Napoli-Milano.

Nel 1966 venne notato dal noto gallerista Lucio Amelio che gli organizzò una personale nella propria galleria. Nel 1967 cominciò a usare direttamente la tela fotosensibile avvicinandosi progressivamente al movimento della Mec-Art. L’anno stesso si trasferì a Milano.
Espose per la prima volta a Milano alla galleria Toselli nel 1969 e nel 1970 alla Galleria Kuchels, a Bochum, alla Galleria Wspòlczesna, a Varsavia e alla Galleria Bertesca di Genova.
Negli anni ’70 la fama di Di Bello crebbe notevolmente portandolo a varie esposizioni nazionali e internazionali di alto livello.

Nel 1970 espose alla XXXV Biennale di Venezia.
Dal 1971 iniziò la collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano: per lo studio realizzò un’installazione composta da 26 tele fotografiche con la scomposizione dell’intero alfabeto. Vi esporrà ancora nel 1974, nel 1976, nel 1978 e nel 1981.
Nel 1973 espose alla X Quadriennale nazionale d’arte di Roma e alla Biennale di Parigi, selezionato da Achille Bonito Oliva.
Nel 1974 espose alla Galleria Art in Progress a Monaco di Baviera e alla Kunsthalle di Berna, nel 1975 alla Galleria Müller di Stoccarda e all’I.C.C. di Anversa, nel 1977 al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. Espose nel 1978 alla Galleria Rondanini di Roma e nell’estate 1980 realizzò un grande lavoro per il Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 1987 realizzò Apollo e Dafne nel terremoto, eseguito per la mostra Terrae motus allestita da Lucio Amelio nel 1987 ed esposta a Parigi, al Grand Palais.

A partire dagli anni ’90 si susseguirono una serie di esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero.

Nel 2011 ebbe una personale al Museo d’arte contemporanea dia Rio de Janeiro.

Morales Carmen Gloria

Santiago del Cile, 1942

Carmen Gloria Morales nasce nel 1942 a Santiago del Cile, è in Italia dal 1953. Ha vissuto a Milano, a Roma e di nuovo a Milano, con lunghe parentesi a Londra e a New York; dal 1969 al 1989 ha insegnato discipline pittoriche nei licei artistici delle due città italiane. La sua prima personale risale al 1965, a Roma. Nel 1973 è presente alla X Quadriennale di Roma e al Museum of Philadelphia Civic Center.

La produzione degli anni Settanta trova espressione nella serie dei Dittici, costituiti da due tele accostate, una interamente dipinta e l’altra lasciata allo stato grezzo. Dalla metà degli anni Ottanta ha dato inizio alla serie dei Tondi e ai Progetti di pale, opere nelle quali sono sempre più evidenti l’uso di un acceso cromatismo e l’interesse per il valore materico della pittura.

Nel 1977 è invitata a Documenta 6 di Kassel. Negli anni Settanta partecipa alle principali rassegne sulla Pittura analitica e sulla Nuova Pittura tra cui Un futuro possibile. Nuova Pittura, Palazzo dei Diamanti, Ferrara (1973); Bilder ohne Bilder, Rheinisches Landesmuseum, Bonn (1977) e Abstraction Analytique.

Fractures du monochrome au-jourd’hui en Europe, ARC 2 – Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1978). Sono inoltre da ricordare: Geplante Malerei, Westfälischer Kunstverein, Münster (1974), Radical painting, Williams College Museum of Art, Williamstown, MA (1984), Fundamental painting, Artline Galerie, Den Haag, Kunstverein, Arnsberg (1988), Abstrakt, Der Deutsche Künstlerbund in Dresden 1993, Militärhistorisches Museum, Dresden (1993), New York Abstract, CAC, New Orleans (1995), Le soglie della pittura. Francia Italia 1968 – 1998, Rocca Paolina, Perugia (1999), Unique Act, Dublin City Gallery The Hugh Lane, Dublin (2008). Attualmente vive e lavora a Sermugnano in provincia di Viterbo.

Mainolfi Luigi

Rotondi, 1948
Foto: su gentile concessione

Dopo gli studi di pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli è attratto dal panorama artistico e culturale torinese che negli anni Settanta rappresenta il centro dell’avanguardia artistica italiana e nel 1973 vi si trasferisce.

I primi lavori, tra il 1972 ed il 1976, indagano il corpo e il gesto.

Nelle prime esposizioni performances, presenta calchi del proprio corpo in gesso che lascia consumare nell’acqua (Cavriago 1977) o fa precipitare dall’alto al suolo (La performance, Galleria Civica d’Arte Moderna, Bologna 1977).

Questo è anche il periodo in cui si riappropria dell’aspetto teorico della scultura attraverso una serie di disegni accompagnati da scritti (MDLXIV 1976).

Tra il 1979 e il 1980 completa La Campana (Gall. Tucci Russo, Torino 1981 e La Sovrana Inattualità, P.A.C., Milano 1982).

Nel decennio che segue si impone con le sue grandi terrecotte, opere contenenti paesaggi e soggetti di ispirazione fiabesca, come Nascita di Orco ed Elefantessa del 1980. Partecipa alla Biennale di San Paolo del Brasile, 1981.

Con Alle forche Caudine 1981, partecipa alla XL Biennale di Venezia e a Documenta 7 Kassel, nel 1982. Con Le Bbasi del cielo 1981-82, partecipa alla XII Biennale de Paris, 1982.

Con il bronzo Trionfo (Elefantessa) 1982, alla Biennale di Venezia 1986.

Negli anni che seguono si propone con Tufi, 1981-85 (Ouverture, Rivoli 1984 e Tour Fromage, Aosta, 1987) e Arcipelago 1983-85, Castel Ivano, Trento 1987 e Icons of Postmodernism (Holly Solomon Gallery New York, 1986).

Nel 1987 vince il Superior Prixe al 5th Henry Moore G.P. in Giappone con il bronzo Città Gigante 1986. Nel 1990 ha una sala personale alla Biennale di Venezia con Sole Nero, 1988-89.

Negli anni succesivi personali e retrospettive: 1992 Galleria d’Arte Contemporanea, Rimini, catalogo F. Gualdoni, Ed. Essegi, Ravenna. 1994, Villa delle Rose, Galleria Civica d’Arte Moderna, Bologna e Galerie Hlavniho Mèsta Prahy, Praga in catalogo. R. Barilli, P.G. Castagnoli. 1995, Hotel de Galiffet, Paris, in catalogo F. Poli Ed. Di Meo. 1995, Promotrice di Belle Arti , GAM Torino in catalogo P.G. Castagnoli, R. Fuchs, R. Passoni, A. Pohlen, Rcs Libri e Grandi Opere Milano.1996-97 Museo Civico di Castelnuovo, Maschio Angioino e Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes, Napoli, in catalogo R. Fuchs, A. Tecce. Umberto Allemandi Editore.

Negli anni Novanta continua la ricerca attraverso forme già presenti da tempo nel suo lavoro ma anche nuove come Tamburo del Sole 1995-97. Gabbie 1997. Vestiti e Colonne di Maggio 1999, che proseguono la sua ricerca sul corpo, la pelle.

Nel 2001 l’artista è scelto come rappresentante dell’Italia per uno scambio tra il nostro paese e il Giappone. Approda al Museo d’Arte Contemporanea di Sapporo dove realizza per il parco Mainolfi swims in the water of Hokkaydo e Colonne di Sapporo.

Ancora grandi opere permanenti: nel 2002 Ballerine in marmo al Parco della Padula a Carrara; nel 2004 Il sole del Buon vento a Benevento; nel 2005 Sole Scarabocchio a Brunico (BZ); nel 2006 Città e Sole a Rovereto.

Nel 2007 espone il Sole alluminio al museo di Ravensburg, (Germania) e nello stesso anno vince il Premio Michelangelo per la scultura.

Nel 2007-2008 realizza Silontes; nel 2009 espone a Parigi (Galerie Di Meo) Spheres 2000-2008. Nel 2010 illustra l’Odissea di Omero per Einaudi editore e presenta Arpie, sfere, dune ed altre al Centro di Arti Plastiche, eventi paralleli XIV Biennale di Carrara. In occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia realizza a Palazzo Madama a Torino nel 2011 una grande installazione dal titolo Torino che guarda il mare.

Nel 2012 illustra l’Iliade di Omero per Einaudi editore e realizza Per quelli che volano alla Fattoria di Celle, Santomato di Pistoia ed alla Fondazione Maeght di Saint Paul de Vence in Francia.

Nel 2014 Pelle della terra retrospettiva al Filatoio di Caraglio (CN), l’anno successivo istalla Senza titolo (Esploso), 1978 al Museo Madre di Napoli.

Nel 2016 l’Università di Bologna gli conferisce il premio Alinovi-Daolio.

Nell’anno successivo realizza Terre Nove tra le opere della personale al museo Casa Fiat de Cultura di Belo Horizonte in Brasile.

Nel 2018 la personale dal titolo La nuit et la féte alla Galerie Italienne di Parigi.

Nello stesso anno realizza Bestiario del firmamento per la collezione di sipari d’artista del teatro Obi Hall di Firenze.

Mattotti Lorenzo

Brescia, 24 gennaio 1954
Foto: su gentile concessione Mattotti Lorenzo

Figlio di un ufficiale dell’esercito, trascorre la sua infanzia spostandosi di città in città, a causa dei trasferimenti del padre. Dopo gli studi frequenta la facoltà di Architettura dell’Università di Venezia.

Pubblica i suoi primi fumetti nel 1975, sulle testate francesi Biblipop e Circus. In Italia il suo esordio avviene lo stesso anno sulla rivista comasca di controcultura King Kong. Pubblica poi su Re Nudo e sul mensile di musica Gong. Nel 1977 l’editore Ottaviano gli commissiona le copertine di “Italia Alternativa 2” e “Europa Alternativa” e dà alle stampe il suo primo libro, Alice Brum Brum, su testi di Ostani. A questo fa seguito, l’anno dopo, Le avventure di Huckleberry Finn, con testi di Antonio Tettamanti. Nello stesso periodo alcune sue brevi storie trovano spazio sulle pagine di Lotta Continua e nel suo inserto di satira L’avventurista. Nel febbraio 1978 con Jacopo Fo crea la rivista underground Macondolore Macondolcezza, per protestare contro la chiusura, da parte della polizia, del locale alternativo milanese Macondo. Realizza, poi, con Tettamanti alcune brevi storie urbane per il settimanale milanese di annunci Secondamano, raccolte nel 1979 da L’Isola Trovata nel volume Tram Tram Rock. Lo stesso anno collabora con la rivista di satira Canecaldo e pubblica Incidenti su Linus.

Nel 1983, a Bologna, si unisce a un gruppo di disegnatori bolognesi quali Igort, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri creando il gruppo Valvoline, con cui gestiscono il supplemento della rivista Alter Alter, la stessa con cui, nel 1981, sotto la direzione di Oreste del Buono, aveva pubblicato il suo primo lavoro, Incidenti. Sul supplemento, Mattotti pubblica alcuni suoi lavori: Il Signor Spartaco (1982), Doctor Nefasto e Fuochi, considerato ancora oggi la sua opera migliore. Vi si trova infatti già traccia del suo stile essenziale ma estremamente evocativo, che trae ispirazione dalle tavole di José Muñoz e Carlos Sampayo.

Nel 1988 per la parigina Albin Michel esce Labirinti, pubblicato in Italia da Hazard Edizioni nel 1997. Nel 1990 illustra Pinocchio in Francia, sempre per l’editore Albin Michel Jeunesse, pubblicato in Italia da Rizzoli nel dicembre del 1991, ma con un taglio orizzontale; le illustrazioni sono riprese nell’edizione del romanzo di Collodi apparsa nella collana I millenni di Einaudi nel 2008. Nel 2012 Mattotti torna sul tema: realizza nuovi disegni, inserendo scenari paesaggistici, per il film d’animazione Pinocchio di Enzo D’Alò. Nel 2019 l’editore Bompiani pubblica un’edizione patinata de Le avventure di Pinocchio. Carlo Collodi visto da Lorenzo Mattotti che ingloba anche i disegni e gli studi originali composti per il film.[1]

Nel 1992, su testi di Lilia Ambrosi, pubblica L’uomo alla finestra (Feltrinelli).

Mattotti lavora anche per alcune riviste, cui fornisce illustrazioni e copertine, tra queste ricordiamo The New Yorker, Glamour, Vanity Fair, Cosmopolitan e Le Monde. Le illustrazioni per quest’ultima rivista sono state raccolte, da Nuages, in un portfolio pubblicato nel 1998 (Mattotti pour Le Monde), quelle per il New Yorker lo saranno da #logosedizioni nel 2018 (Covers for The New Yorker), ed esposte lo stesso anno in una mostra all’Istituto Italiano di Cultura di New York.[2]

Nel 1997 Vince lo Yellow Kid come miglior illustratore all’Expocartoon di Roma.

Nel 1998 si trasferisce a Parigi, città in cui attualmente risiede, dove collabora alla realizzazione di manifesti per la promozione culturale della città. Lo stesso anno vince il premio Inkpot come miglior autore di fumetti all’International ComiCon di San Diego.[3]

Nel 1999 nasce Stigmate: una storia scritta a quattro mani con lo scrittore Claudio Piersanti in cui Mattotti fa un sapiente uso del bianco e nero per narrare una vicenda tragica e toccante.[4] Originariamente pubblicato in Francia da Seuil, in Italia viene ripreso e pubblicato da Einaudi (e successivamente ripubblicato da #logosedizioni). Nello stesso anno, per Nuages, illustra la prima cantica della Divina Commedia, l’Inferno.

Parallelamente all’editoria, Mattotti lavora anche nel campo della pubblicità, creando disegni e bozzetti per alcune marche famose.

Nel 2000 disegna il manifesto ufficiale del Festival di Cannes.

Nel 2002 esce per Einaudi Jekyll & Hyde, un adattamento del romanzo di Stevenson su testi di Jerry Kramsky.

Nel 2003 pubblica La Stanza per Coconino Press e Il Rumore della Brina, con testi di Jorge Zentner, per Einaudi. Lo stesso anno dà il via con l’amico Jerry Kramsky alla saga dei Pittipotti, una serie di libri per bambini che vede finora pubblicati quattro volumi, tutti per l’editore Orecchio Acerbo: L’isola dei Pittipotti (2003), Alla ricerca dei Pittipotti (2003), La scomparsa dei Pittipotti (2004) e I Pittipotti e la tartarugosa (2004).

Nel 2006 il regista Renato Chiocca gli dedica un film documentario, Mattotti, in concorso a Les Rencontres du Cinéma Italien de Grenoble, in cui insieme a testimonianze dirette di amici e collaboratori come Claudio Piersanti, Jerry Kramsky e Art Spiegelman, si entra in silenzio nel suo atelier parigino.

Nel 2010, sotto la direzione artistica di Alessandro Mendini, realizza diverse copertine per la rivista Domus, raffiguranti “ciascuna una personalità che nel corso del tempo si sia profilata nel campo dell’architettura, delle arti o del design come autore di utopie, immaginarie o realizzate, che hanno contribuito all’evoluzione della cultura del progetto”.[5]

Nel 2011 pubblica per Fantagraphics The Raven, in cui illustra i testi dell’omonimo album musicale di Lou Reed ispirato a Edgar Allan Poe.

Su testi di Jorge Zentner realizza Caboto, opera sul famoso cosmografo veneziano.

Nel 2009 inizia la sua collaborazione con la casa editrice modenese #logosedizioni, con cui pubblica La stanza (2010), Chambres/Rooms/Stanze (2010, in collaborazione con la parigina Galerie Martel), Venezia. Scavando nell’acqua (2011), e il visionario volume in bianco e nero Oltremai (2013), le cui tavole originali sono protagoniste di una mostra monografica presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna dal febbraio all’aprile del 2013.

Proprio con #logosedizioni, nel 2012 inaugura la collana “Works”, una pubblicazione sistematica dei suoi lavori, il cui primo volume è dedicato alle sue illustrazioni a pastello (Pastels/Pastelli, 2012, vincitore nel 2013 del Grand Prix al Festival de la BD de Sollies-Villes),[6] mentre il secondo ai disegni di moda (Moda/Fashion, 2014), e dà il via nel 2018, con L’uomo alla finestra, alla ripubblicazione dei suoi fumetti.

Realizza infine nel 2014 il volume illustrato Vietnam per la collana “Travel Book” di Louis Vuitton.

Nel marzo 2017 esce in Italia e in Francia il suo nuovo romanzo grafico Ghirlanda con i testi del sodale Jerry Kramsky (#logosedizioni), “un ritorno alla dimensione primigenia dell’infanzia, della fiaba, della parabola […] perfetto incrocio tra fumetto popolare e fumetto d’autore, tra favola e poesia, tra innocenza e consapevolezza”.[7] Vincitore del Premio Gran Guinigi 2017 come miglior graphic novel,[8] è un voluto omaggio all’ingenuità dei Mumin di Tove Jansson e dei comics liberi e onirici di Jean Giraud / Moebius; un lavoro in cui si mescolano, evolvendo, lo stile in bianco e nero a pennino dei taccuini di Linea Fragile e gli arditi esperimenti prospettici e visionari dei paesaggi di Oltremai.

Lorenzo Mattotti ha ricoperto il ruolo di Magister nell’edizione 2018 del Napoli Comicon[9].

Gentile Mauro

nato a Messina il 12/03/1974
Foto: su gentile concessione

Mauro Gentile
nato a Messina il 12/03/1974,
vive non distante da un fiume in Friuli e lavora come libero professionista non distante da un fiume in
Veneto.
Laureato presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove ha svolto attività didattica nei
laboratori di Progettazione Architettonica, di tesi come correlatore e di tutor nelle accademie estive in
Venezia organizzate dall’Università di Dortmund.
Si occupa di pittura, installazioni ambientali e scenografia con opere esposte, premiate e pubblicate in
diverse rassegne e manifestazioni italiane ed estere.
Dal 2005 entra nel circuito della Mail Art, partecipando a numerosi progetti in Italia ed in Europa.
Dal 2010 al 2015, è stato cofondatore e Presidente dell’associazione culturale Rizoo (www.rizoo.it )con
sede a Portogruaro.
Nel 2014-2015 ha fatto parte del comitato di supporto all’Assessorato alla Cultura del Comune di
Portogruaro per la programmazione delle attività espositive per la Galleria di Arte Contemporanea “ai
Molini”, progettando ed allestendo in particolare la mostra “polvere di speranza” dedicata alla scultrice
Dolores Previtali e la mostra “materia E’ spirito” dedicata al maestro Giorgio Celiberti di cui ha curato con
la Dott.ssa Eliana Bevilacqua l’allestimento di mostre personali a Como, Cassino, Trieste e Udine.
Nel 2014 il suo interesse si volge al disegno su fogli di carta riciclata che egli stesso produce. Il disegno,
visto come estrema sintesi della ricerca pittorica costruita nel tempo, diventa un appunto costante delle
riflessioni sull’aspetto psicologico e sociologico dell’essere umano contemporaneo, costituendo il tema di
fondo del ciclo di lavori intitolati “Atlas”. Sull’approfondimento di tematiche analoghe, la costruzione dei
cicli scultorei intitolati “Polis” e “Metro” cominciati nel 2018.
Selezione mostre:

2024 “Fluxjudri”, collettiva, Villa Nachini Cabassi, Corno di Rosazzo(UD)
2023 “Di diverso parere” personale, Palazzo Veneziano, Malborghetto (UD)
2022 “SEARTH”, collettiva, casa della musica di Grado (GO)
2022 “memore”, personale, promossa da AIDIA, mercato coperto di Trieste
2022 “Arte tra le calli” collettiva promossa dall’Associazione[A], Marano Lagunare (UD)
2022 “Aspetti dell’arte presente” collettiva, Casa dei Carraresi, Treviso
2021 “Pomerium” iniziativa collaterale patrocinata dalla XVII Biennale di Architettura
2020 “Logos” personale, Ospedale dei Battuti, San Vito al Tagliamento (PN)
2019 “Archivio di Forme”, personale, Fondazione Auxilia, Cividale del Friuli (UD)
2019 “Libri di versi #11”, collettiva, museo archeologico Concordiese, Portogruaro (VE)
2019 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva ad Helsinki;
2018 “Orchestrazioni n°26”, collettiva, Portogruaro (VE);
2018 “Libri di versi #10”, collettiva, museo archeologico Concordiese, Portogruaro (VE)
2018 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Mostar;
2017 ”ACCUMULI”, mostra personale, promosso da PuntoArteBenandante,evento n°62, Portogruaro (VE);
2017 ”I GIORNI DELLA CARTA”, mostra personale e residenza d’artista, Portopiccolo, Sistiana (TS);
2017 due lavori del ciclo “ATLAS” inseriti nella collezione della holding di Marzotto spa;
2017 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Stoccolma;
2017 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Budapest;
2016 due lavori del ciclo “ATLAS” vengono pubblicati sul catalogo ARTE Mondadori n°52;
2016 due lavori selezionati e presentati alla fiera dell’arte di Istanbul e Padova (lavoro citato nell’articolo dal blog Collezione da Tiffany);
2016 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Buenos Aires;
2016 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Parigi;
2016 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Stoccarda;
2016 promossa da Istituto Italiano di Cultura, partecipazione ad una collettiva a Tivoli;
2015 promossa da Istituto Italiano di Cultura, collettiva ad Helsinki e Stoccolma;
2015 ”INCONTRI”, collettiva, castello di Ragogna (UD);
2013 ”dissidentici”, con P. Febbo, G. Glerean, E. Ramon, Museo della Castellina,Pramaggiore (VE);
2013 ”noto e ignoto”, con Pierpaolo Febbo, Studio Arkema, Portogruaro (VE);
2013 ”io, l’altro”, collettiva, Studio Arkema, Portogruaro (VE);
2013 Personale, Biblioteca comunale Fogliano Redipuglia (GO);
2012 “Orchestrazioni n°20”,collettiva, Portogruaro (VE);
2012 “IN RETE”evento Gruppo Sintesi, collettiva, FUORISALONE del Mobile, Milano, Spilimbergo(PN);
2012 “Libri di versi #4”, collettiva, Portogruaro (VE), Concordia Sagittaria (VE);
2011 “Orchestrazioni n°19”,collettiva, Portogruaro (VE);
2011 “World Pavilion DentroFuoriBiennale”, evento collaterale della Biennale di Venezia;
2011 “Libri di versi #3”, collettiva, Portogruaro (VE), Cormons (GO);
2011 “AQUAMATER”,collettiva,Villa Mocenigo di Alvisopoli di Fossalta di Portogruaro (VE);
2011 “Frammenti di Memoria”, collettiva, rocca Sforzesca di Bagnara di Romagna (RA);
2010 “Fluxus garage”, collettiva, Mestre (VE);
2010 “Orchestrazioni n°18”,collettiva, Portogruaro (VE);
2010 “Libri di versi #2”, collettiva,Portogruaro (VE),Alvisopoli (VE),Cormons (GO),Codroipo (PN);
2010 “Limite, scambio e segno”, collettiva, progetto di mail art, Portogruaro (VE);
2010 “Artbahnkreuz 2”, collettiva, Museo minimo, Napoli;
2009 “Lavori in corso d’opera”, collettiva, Massa Lombarda (RA);
2009 “World Pavilion DentroFuoriBiennale”,evento collaterale della Biennale di Venezia;
2009 “Futurfuturismi”, collettiva, Museo minimo, Napoli;
2009 “1000 artisti a Palazzo”, collettiva, World Museum, Cesano Maderno (MB)
2005 ”WAT#3 quei tanti me – in quei tanti me”, mostra personale con le poesie di Roberto Ferrari costruite sulle impressioni date dai dipinti, Woodstock Art Tunnel, Portogruaro (VE).

un artista di perimetro
Il disegno è solo uno dei linguaggi utilizzati da Mauro Gentile, cresciuto e formatosi come architetto. Gentile è autore anche di
dipinti, d’installazioni e di scenografie teatrali (vincitore del premio FITA nel 2015). Si avvicina al mondo dell’arte negli anni degli
studi universitari presso la Facoltà di Architettura di Venezia per obbedire a un talento frutto di studio, di sensibilità, di
intelligenza. Questa cosciente ostinazione è una delle ragioni della sua tesa serenità ma anche della sua solitudine. Porta
un’idea di arte entro cui trasmettere una forma di esistenza, i suoi e i nostri umori, il senso delle giornate. È una progressione
nella ricerca con castità di mezzi, la ricerca delle proprie radici, dell’essenza del proprio essere, forse la chiave della sua
maturità.
Risale al 2013 l’utilizzo in maniera quasi esclusiva di una carta riciclata autoprodotta come supporto per la realizzazione di una
serie di lavori solitari e puntigliosi, fatti di migliaia di minuscoli segni o righe, ora organizzati secondo andamenti geometrici, ora
lasciati al flusso delle sensazioni e all’apparente vagare della mano. Quella sua carta è un elemento focalizzante, nell’attuale
fase creativa. Fogli di abbacinante candore lasciano intuire misteriose presenze umane, ma anche singolari apparizioni che
riempiono il silenzio, raggiungendo un sofisticato effetto d’astrazione caratterizzato da una ricerca emotiva e intellettuale.
Piuttosto che rappresentazioni sono metafore del reale, del vissuto, che si contraggono e si espandono assecondando la forma
del supporto da cui nascono.
Una scrittura di emotività spesso altrui, da comunicare con una mano leggera, evanescente e raffinata. “…la carta…” dice
Gentile ”…viene dal recupero di ritagli di altra carta bianca che scarto quando svolgo il mio mestiere di architetto. Viene messa a
macerare per qualche giorno, ridotta in poltiglia, stesa su una tela bagnata e battuta con una stecca. Da qui nasce la grana del
materiale, ruvida e ombrosa da un lato, liscia e morbida al tatto dall’altro. “Solitamente” prosegue Gentile “non riquadro i fogli,
lasciando che la forma si manifesti liberamente. Questa operazione genera da sola un contesto nuovo, diventando già un primo
aiuto alla composizione a cui lavorerò utilizzando un pigmento che garantisce l’inalterabilità del nero nel tempo e del colore a
olio molto denso che penetra nella carta creando un effetto cupo e opaco.”
I lavori sono le pagine di una sorta di diario di impressioni personali talmente introspettive da diventare quasi estranee. Una
necessità personale a cui l’artista dedica il tempo necessario alla costruzione di un rituale proprio, diventando così non tanto la
memoria narrata di ciò che è accaduto quanto una possibile visualizzazione dell’accadimento stesso. Nei lavori resta l’interesse
per le inquadrature in primo piano e l’attenzione per i dettagli come resta pure l’impianto narrativo di una storia di rimando
suggerita da ogni opera, che è misteriosa ed enigmatica, esito di una lunga ricerca che tenta l’esplorazione di territori ignoti ma
percepibili. “Mi interessano le cose che non si vedono, che aleggiano a livello subcosciente. Il viaggio in Terra Santa nel 2010
mi ha portato a considerare l’essere umano come un elemento centrale, con la sua forza, con le sue debolezze derivanti talvolta
dal peso che grava sull’essere umano frutto di condizioni di sofferenza interiore. Da questi pensieri è nata la metafora di
Atlas…”
Ricollegandosi al mito di Atlante che, secondo il poeta Esiodo, Zeus costrinse a tenere sulle spalle l’intera volta celeste, Gentile
disegna delle figure umane essenziali di grafia quasi infantile, considerati come piccoli eroi della quotidianità. “Molti sono più o
meno consapevolmente i ritratti delle persone che ho conosciuto o che conosco… Ricordo i loro racconti, le difficoltà che hanno
incontrato nella vita e come hanno reagito a questo carico talvolta immane… Da un lato c’è la carta che genera il contesto
dell’azione, dall’altro il ricordo di una esperienza altrui. Spesso gli Atlas reggono strane architetture composte di altri individui in
una mia forma di struttura della società. Talvolta le forme congelano l’immagine in una fase del crollo, rappresentante per me la
crisi di valori di cui quella struttura porta i segni…”
“…la nostra storia è un processo di stratificazione che costituisce ogni forma di civiltà… Noi stessi siamo una stratificazione di
accadimenti, il risultato di ogni singola quotidiana esperienza…”

Grafica, semiotica e desiderio di superare i limiti della realtà ma anche poesia sensibile e visiva sono gli elementi costitutivi delle
opere. Attratto da ciò che è, come dice, “…inconoscibile…” lo conforta un metodo esecutivo molto rigoroso. Le forme sono
oltrepassate da qualcosa d’infinito nascendo dall’organizzazione di un vuoto sempre diverso.
Si muove consapevole tra il silenzio e la presenza.
Eliana Bevilacqua

KUSTERLE ROBERTO

Gorizia 1948
Foto: in aggiornamento

Roberto Kusterle nasce a Gorizia nel 1948, dove tuttora vive e lavora.
Attivo dagli anni Settanta nel campo delle arti visive, si dedica alla pittura e alle installazioni fino all’incontro con la fotografia, che elegge strumento ideale della propria ricerca espressiva.
Le sperimentazioni degli anni successivi portano alla luce i temi essenziali della sua poetica: la continuità tra il mondo umano, animale e vegetale, il ruolo mediatore del corpo, la negazione dello sguardo, l’esercizio costante dell’ironia, dell’ambiguità e dello spiazzamento per dare forma a un’idea e stimolare l’osservatore a interrogarsi.

L’uso della fotografia è finalizzato a mantenere viva la tensione tra finzione e realtà. L’approccio dell’artista allo strumento è molto personale; lo scatto, infatti, rappresenta solo l’ultima azione di un percorso creativo complesso e articolato.

Nel corso degli anni ‘90 Kusterle abbina la ricerca di un equilibrio formale dell’immagine al ricorso a emulsioni fotosensibili, resine, vetro ed elementi naturali, per creare installazioni e oggetti fotografici tridimensionali.
Nel 2003, alla Galleria Regionale d’Arte Contemporanea Luigi Spazzapan di Gradisca d’Isonzo (GO), presenta il ciclo Riti del corpo, in cui il legame fra l’uomo e il mondo animale è celebrato attraverso il prestito e lo scambio mimetico di occhi, teste, chiome.
I corpi sono ricoperti di argilla, d’impronte, riproducono il disegno di un mantello o caratteri alfanumerici, aprendo a una dimensione linguistica familiare e al tempo stesso indecifrabile.
Il lavoro successivo è αναχρονος (Anakronos), realizzato tra il 2004 e il 2006, nel quale il raggio d’azione dei suoi soggetti si estende, rivelando i mondi da cui essi provengono o che plasmano, ciascuno secondo la propria logica.

Prati, stagni, alvei di fiumi in secca del paesaggio goriziano diventano teatri fantasmagorici e surreali.
Kusterle inizia a ideare e dirigere cortometraggi sperimentali in collaborazione con il film-maker Ferruccio Goia. Si tratta di progetti indipendenti, che aggiungono spessore temporale e processualità ai temi e alle atmosfere esplorati in fotografia (Homage St. Elizabeti Turingijski, Looking in the Eyes, Dancing Water del 2008 e Stabat Mater, 2009), che mettono in questione il rapporto fra lavoro umano e paesaggio industriale (The Last Night, 2009) o che, come nel documentario Domenica dei fiori (2008), individuano nella realtà stessa rituali, attese, codici.
Nel 2009 espone per la prima volta negli Stati Uniti, presentando presso la Wook & Lattuada Gallery
di New York la serie Mutazione silente, nuovamente esposta nel 2011 presso la Garden of the Zodiac Gallery di Omaha (Stati Uniti), in occasione di una mostra Biografia personale.

È un ritorno alla fotografia in studio, a un’atmosfera intima e raccolta che rende possibile il dialogo muto fra figure femminili ed elementi vegetali, ritratti metafisici intervallati dalla comparsa di fiori torreggianti,
composti a loro volta da miriadi di corolle, frutti e foglie.
Il complesso lavoro d’ideazione, ricerca e creazione di veri e propri costumi di scena e set fotografici che si cela dietro ogni opera di Kusterle, riceve un nuovo impulso con l’adozione delle tecniche digitali di elaborazione grafica. Il primo esempio è la serie Mutabiles Nymphae presentata alla Mestna Galerija di Nova Gorica (Slovenia) nel 2010, in cui il mondo marino cinge con garbata eleganza abiti e corpi di ninfe senza tempo.
Con un nuovo cambio di prospettiva, Kusterle dà in seguito forma al ciclo Segni di pietra (2011), esposto dapprima a Spilimbergo (PN) e poi presso la Galleria Antonio Nardone di Bruxelles nel 2013. Al consueto uso di argille per siglare il rapporto del corpo umano con la terra, l’artista aggiunge la riproduzione di crepe e fratture sulla pelle, la fusione plastica dei personaggi con l’elemento roccioso fino a creare novelli reperti archeologici. La ricerca continua anche nella serie La struttura delle apparenze (2012), in cui la figura umana è esposta, lasciata apparentemente sola: nessun elemento animale o vegetale la completa, la stessa pietra è tornata piedistallo. Le pose lontane da ogni classicismo conferiscono un potere assoluto e misterioso al corpo, che assume sembianze marmoree.
Nelle opere de I segni della metembiosi (2012-13) torna a scorrere una vitalità onirica e grottesca. La fotografia svela le impalcature e gli innesti che mantengono i protagonisti in equilibrio, nel rapporto metamorfico e simbiotico fra uomo, mondo vegetale e animale, secondo la formula coniata da Giuseppe O. Longo.
La serie Abissi e basse maree è il lavoro più recente di Kusterle, che restituisce corpi ricchi di riflessi,
di concrezioni minerali, di alghe, di abbracci, in sintonie accordate dalla lunga permanenza sott’acqua.
L’inquadratura invita a immergersi nel sogno per proseguire oltre i margini dell’immagine; i corpi affiorano trasformati, custoditi, nutriti dal mare, come di ritorno da un lungo viaggio.

Premi
Premio per la migliore mostra fotografica in Slovenia, Mesecfotografije, Ljubljana, Slovenia, 2006.
Premio per il migliore documentario, Lago Film Festival (Ferruccio Goia, Roberto Kusterle, Domenica dei fiori, 21’, 2008), Revine Lago (Treviso), Italia, 2009.
Selezionato al Festival International “Jean Rouch” (Ferruccio Goia, Roberto Kusterle, Domenica dei fiori, 21’, 2008), Paris, Francia, 2009.
Premio FVG Fotografia, CRAF, Palazzo Tadea, Spilimbergo (Pordenone), Italia, 2012.

Testo tratto da www.robertokusterle.it

Crali Tullio

Igalo, 6 dicembre 1910 – Milano, 5 agosto 2000
su gentile concessione Famiglia Crali

Tullio Crali è stato un pittore italiano collegato al movimento futurista. Autodidatta, aderì al futurismo in ritardo, non prima del 1929. È noto per le sue opere di tipo realistico, che combinano «velocità, meccanizzazione aerea e meccanica della guerra aerea», sebbene nella sua lunga carriera abbia espresso anche altri stili.

Di famiglia zaratina, nacque in un piccolo paese delle Bocche di Cattaro nell’attuale Montenegro, ove il padre lavorava temporaneamente. Visse a Zara fino al 1922, quando con la famiglia si trasferì a Gorizia. Scoprì il futurismo a quindici anni, mentre era studente all’istituto tecnico della città, e fu influenzato nei suoi primi lavori da Giacomo Balla e Enrico Prampolini.

Nel 1928 volò per la prima volta, e l’anno successivo – quello in cui nacque l’aeropittura futurista – si mise in contatto con Filippo Tommaso Marinetti ed entrò ufficialmente nel movimento futurista.

Dopo le sue prime mostre in Italia, Marinetti lo invitò ad esporre a Parigi, nella prima mostra di aeropittori italiani: era il 1932. Divenne poi amico personale di Marinetti.

Dopo la seconda guerra mondiale rimase fedele alla poetica futurista. Dapprima esercitò a Torino, si trasferì poi a Parigi (1950 – 1958, in quegli anni ideò le sassintesi), poi ancora al Cairo (1962 – 1966, insegnò alla scuola d’arte italiana).
Dal 1958, al 1961, insegnò Disegno e Storia dell’Arte al Liceo Scientifico “Vittorio Veneto” di Milano, negli ultimi 3 anni delle sezioni G ed H.

Dal 1966 fino alla morte visse a Milano. Lì cominciò a raccogliere e catalogare le carte e i documenti che lo riguardavano; nel 1999 ha donato questo suo fondo all’Archivio del ‘900 del Mart di Rovereto. insieme a 41 opere, cui – nell’anno della morte – faranno seguito altre 48.

Nel 1928 Crali volò per la prima volta. Il suo entusiasmo per il volo e la sua esperienza di pilota influenzò la sua produzione artistica. Nel 1929, attraverso Sofronio Pocarini, prese contatto con Marinetti, il fondatore del futurismo, e si unì al movimento. Nello stesso anno venne inaugurata l’aeropittura attraverso il Manifesto dell’Aeropittura, redatto da Marinetti, Balla, Depero, Prampolini, Dottori, Cappa, Colombo (noto come Fillia), Sansoni (detto Tato) e Somenzi, pubblicato nell’articolo Prospettive di volo. Nel manifesto viene riportato che «Le prospettive mutevoli del volo costituiscono una realtà assolutamente nuova e che nulla ha di comune con la realtà tradizionalmente costituita dalle prospettive terrestri»; e che «Dipingere dall’alto questa nuova realtà impone un disprezzo profondo per il dettaglio e una necessità di sintetizzare e trasfigurare tutto».

Nonostante la giovane età, Crali giocò un ruolo significativo nell’aeropittura. I suoi primi aerodipinti (1929) rappresentano aerei militari. Negli anni 1930 i suoi dipinti divengono realistici, avendo l’intento di comunicare allo spettatore l’esperienza del volo. Il suo lavoro più noto, Incuneandosi nell’abitato (1939), mostra un tuffo aereo dal punto di vista del pilota, con gli edifici sottostanti rappresentati in una prospettiva vertiginosa.

Crali espose le sue opere a Trieste e a Padova. Nel 1932 Marinetti lo invitò a Parigi per la prima mostra di aeropittura. Partecipò poi alla Quadriennale di Roma nel 1935, 1939 e 1943, e alla Biennale di Venezia nel 1940. In quel periodo Crali era alla ricerca di segni e paesaggi, che lo portarono nel 1933 a partecipare alla rassegna cinematografica romana Futuristi Scenotecnica. Nel 1936, alle Olimpiadi di Berlino, espose alla Mostra internazionale d’arte sportiva.

Le abilità declamatorie di Crali e la sua amicizia con Marinetti gli consentirono di organizzare serate futuriste a Gorizia, Udine e Trieste, dove lesse il manifesto Illusionismo plastico di guerra e perfezionamento della terra, firmato insieme a Marinetti. Pubblicò inoltre il Manifesto delle parole musicali – Alfabeto in libertà.

Testo: Wikipedia

Tirelli Marco

Roma 1956
Foto: su gentile concessione

Marco Tirelli nasce nel 1956 a Roma, dove vive e lavora. Comincia a esporre già nella seconda metà degli anni Settanta. La sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia è del 1982, nella sezione Aperto 82 con una sala personale. Le mostre collettive in Italia e all’estero si susseguono numerose negli anni Ottanta, ne ricordiamo alcune: al PAC di Milano e alla XI Quadriennale di Roma nel 1986; Dal ritorno all’ordine al richiamo alla pittura 1920-1987, mostra itinerante ospitata dal Kunsternes Hus di Oslo, dall’Anteniim Taideemusee di Helsinki, dal Matildenhöhe di Darmstadt e infine dalla Kunsthalle di Bielefeld nel 1987; alla GAM di Bologna nel 1988; Diptych, Aspects of Abstract and Figurative Art in Italy, mostra itinerante tra la Galleria d’Arte Moderna di Istanbul, il Museo d’Arte Contemporanea di Ankara e il Museo d’Arte Moderna di Tel Aviv nel 1989. Gli anni Novanta si aprono con la mostra all’American Academy di Roma, che pone in dialogo una serie di suoi disegni con alcuni Wall Drawings di Sol LeWitt, a cui fa seguito la partecipazione alla XLIV Biennale di Venezia con una sala personale. Tra le rassegne d’arte a cui prende parte in questo decennio si ricordano, inoltre, la Biennale di Sidney del 1990, la Biennale di San Paolo del 1991, Prospect ’93 alla Kunsthalle di Francoforte del 1993, la XII Quadriennale di Roma del 1996. Nel 2001 presenta un’installazione site specific alla Fondazione Volume! di Roma, nella quale impegna la pittura in una dimensione ambientale. Nel 2002 l’Institut Mathildenhöhe di Darmstad gli dedica un’importante mostra antologica dal titolo Das Universum der Geometrie, presentata l’anno successivo alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Nel 2004 espone in una collettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, nel 2005 al MART di Rovereto e nel 2006 nella collettiva San Lorenzo a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma. Tra le mostre più recenti ricordiamo: Excelle. Intorno al silenzio, Collezione Gori – Fattoria di Celle, Santomato (PT), 2009; Marco Tirelli, Museo di Palazzo Fortuny, Venezia (2010); Marco Tirelli, MACRO, Roma (2012); una sala personale nella mostra Vice Versa, Padiglione Italia, LV Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (2013); Soltanto un quadro al massimo, Accademia Tedesca di Villa Massimo, Roma, insieme a Bernd e Hilla Becher (2013); Marco Tirelli, Istituto Nazionale per la Grafica di Roma (2013); Osservatorio, Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive, Pesaro (2014); Proportio, Palazzo Fortuny, Venezia (2015). Tra il 2016 e il 2017 espone presso la Fondazione Cerere di Roma, in Francia al Musée d’art moderne et contemporain di Saint-Etienne Métropole e di nuovo in Italia nella Sala delle Pietre dei Palazzi Comunali di Todi. Nel 2018 è spesso all’estero, con mostre personali in Svizzera, ad Hong Kong ed Anversa e a fine anno realizza l’opera Proteo su commissione del MAXXI, esposta nella collezione dal 2019, anno in cui si susseguono numerose mostre collettive.

Le sue opere sono parte delle collezioni di alcuni dei più rilevanti Musei ed Istituzioni nazionali ed internazionali fra cui MAXXI Museo Nazionale delle arti del XXI secolo – Roma; La Galleria Nazionale – Roma; MACRO Museo d’Arte Contemporanea – Roma; Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Collezione d’Arte alla Farnesina, Roma; Parlamento Europeo, Collezione d’Arte – Bruxelles; MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Rovereto; Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci – Prato; Palazzo Fortuny – Venezia; the Albertina Museum – Vienna; Mumok, Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig – Vienna; Kahosiung Museum of Fine Arts – Taiwan.

Ceroli Mario

Castel Frentano, 1938
su gentile concessione archivio Mario Ceroli

Formatosi all’Accademia di belle arti di Roma, sotto la guida di Leoncillo Leonardi e Pericle Fazzini, Ettore Colla, di cui diventa assistente, indirizza il suo interesse sulle opere in ceramica e riproduceva inizialmente sculture di ceramica.

Nel 1957 sperimenta l’uso del legno, prevalentemente tronchi di albero trapassati da chiodi, con cui nel 1958 vince il premio per la giovane scultura italiana. Alla fine degli anni Cinquanta, il legno diventa il suo materiale espressivo prediletto.

Negli anni Sessanta intaglia grandi sagome umane nel legno grezzo che spesso ripetute in modo seriale, diventando un segno distintivo di gran parte della sua produzione. È quindi negli anni sessanta, impressionato dalla Pop art tramite le opere di Louise Nevelson e di Joe Tilson, che arriva ai materiali e alle forme che avrebbero caratterizzato successivamente le sue creazioni: silhouette di oggetti sagomate inlegno, prive di colore, talvolta ripetute in serie (Ultima Cena, 1965, Galleria nazionale d’arte moderna a Roma; Uomo di Leonardo, 1964; La Cina, 1966, La Grande Cina, 1968), connesse ad uno spazio che diventa tema essenziale (Cassa Sistina, 1966), oppure tracciate a tempera e a inchiostro (La porta, il cenacolo, 1981; Giorno, Notte, 1982).

Il Centro studi e archivio della comunicazione di Parma conserva un fondo dedicato a Ceroli, consistente di 2 sculture, pubblico e parzialmente consultabile per motivi conservativi.

Nel 1967-1968 prese parte alle mostre del gruppo dell’Arte povera, di cui Ceroli può essere considerato un precursore in quanto già agli inizi degli anni ’60 introduce nelle sua produzione artistica materiali come: legni bruciati, vetri, piombo, stracci ghiaccio, carta, cenere etc. . Nel 1966 Cassa Sistina, viene premiata alla Biennale di Venezia. Le forme, sagomate nel legno, comprendono lettere, numeri, geometrie, oggetti, riconducibili alla ricerca Pop e alla reinterpretazione dei grandi classici della storia dell’arte: da Leonardo da Vinci a Michelangelo a P. Uccello, fino a G. De Chirico.

Contemporaneamente realizza allestimenti scenici per il teatro, il cinema e la televisione. Infatti il carattere “invasivo” del suo lavoro lo porta a sconfinare nel cinema, nella scenografia, nel disegno di ambienti, nella progettazione di chiese e del loro arredo interno, fino a un progetto, mai completato, di teatro.

Ha realizzato a Bologna nel 1988 la cosiddetta “Casa del Nettuno”, un contenitore ligneo decorato con la silhoutte Uomo gallegiante, che ha costituito il cantiere di restauro della statua bronzea del Nettuno del Giambologna. Suo è l’Unicorno alato (1990), in legno rivestito di oro, esposto all’ingresso della sede Rai di Saxa Rubra. Ha curato l’arredo della chiesa di Porto Rotondo (1971), di Santa Maria Madre del Redentore di Tor Bella Monaca, a Roma, nel 1987 e di San Carlo Borromeo al Centro Direzionale di Napoli, nel 1990.

Ha svolto anche un’intensa attività di scenografo, collaborando con il Teatro Stabile di Torino (scenografia del Riccardo III di Shakespeare, 1968, per cui ha realizzato la scultura La grande cina, invenzione che vede in scena il sistema delle grandi sagome umane i cui movimenti sono sospesi in uno spazio metafisico, oggi conservata allo CSAC di Parma) e con la Scala di Milano, 1972 (scenografia della Norma di Vincenzo Bellini).

Dalla metà degli anni Ottanta introduce nella sua opera l’uso di lastre di vetro e realizza numerose istallazioni monumentali in spazi pubblici, tra cui il Cavallo alato del Centro Rai di Saxa Rubra a Roma (1990).

Nelle sue sculture, frequenti le citazioni da famose opere del passato, come da quelle di Leonardo, di cui ha parafrasato con i suoi legni il disegno dell'”uomo vitruviano” (Disequilibrium, 1967) e l’Ultima Cena (legno dipinto, 1981).

Nel 1997 donò al paese d’origine, Castel Frentano, una copia della scultura lignea L’uomo vitruviano collocandola nel piazzale della Concezione.

Nel 2007 è stato chiamato dal Palazzo delle Esposizioni di Roma a partecipare alla sua riapertura ufficiale, dopo lunghi anni di lavori di ristrutturazione, con una scelte delle sue principali opere.

Nel 2008 la giunta comunale della città di Siena gli ha affidato il compito di dipingere il drappellone per il Palio del 16 agosto, dedicato allaMadonna Assunta e vinto dalla Contrada del Bruco, con il fantino Giuseppe Zedde detto “Gingillo” ed il cavallo Elisir Logudoro.

Autore del proprio ambiente di vita e di lavoro, Ceroli ha raccolto alle porte di Roma, in uno spazio di 3000 metri quadrati i suoi lavori, in una sorta di casa-museo,Luogo straordinariamente suggestivo che raccoglie i suoi lavori, oltre 500, in una specie di museo in continuo mutamento e accrescimento, che avrebbe intenzione di aprire al pubblico per renderlo vivo, fruibile, utile come stimolo e modello alle più recenti generazioni di artisti.

Testo tratto da Wikipedia.

Santomaso Giuseppe

Venezia, 26 settembre 1907 – Venezia, 23 maggio 1990

Gli anni della formazione

Nasce a Venezia da un orafo che pensa di avviarlo allo stesso suo mestiere, ma invece il ragazzo rivela subito una speciale predisposizione alla pittura, per cui inizia la sua formazione prima alla Fondazione Bevilacqua La Masa, poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, diventando amico dello scultore Alberto Viani. Il suo stile è naturalistico e figurativo, come in molti giovani artisti: alla XIX Biennale di Venezia del 1934 partecipa con l’opera Figura e l’anno successivo partecipa anche alla mostra dei Quarant’anni della Biennale di Venezia[1].

L’ambiente veneziano, che pure rimarrà come impronta indelebile nella poetica dell’artista si rivela ben presto, però, troppo angusto e provinciale: comincia il confronto con l’arte dell’avanguardia, prima attraverso la rivista Verve, in seguito portandolo, nel 1937, nei Paesi Bassi per lo studio diretto degli impressionisti e dei fauves. Un secondo elemento cromatico si unisce alla tradizione veneta del colore: l’impressione che gli deriva dall’uso del colore in Van Gogh, è tale che ritroveremo traccia di quell’esasperato cromatismo fin nelle ultime opere dell’artista.

A Parigi visita le grandi mostre internazionali: di fronte alle opere di Matisse, Braque, Pierre Bonnard e Picasso esposte nella capitale artistica della Francia rimane allo stesso tempo ammirato ed irritato. La sua prima personale avviene proprio a Parigi nel 1939 (Galerie Rive Gauche).
Il cubismo e la secessione

I primi anni quaranta sono il periodo delle nature morte (Natura morta con bucranio, 1941; La brocca di peltro, 1943) stilisticamente contigue a Braque e al cubismo: inevitabile il confronto con Giorgio Morandi. Espone alla Quadriennale di Roma nel 1943 e nel 1945 illustra il libro di Paul Eluard Grand Air, primo importante lavoro grafico che avrà successivamente una notevole significanza nell’attività dell’artista.

Nel 1946 un avvenimento centrale nella vita artistica del Santomaso: aderisce, anzi è fra i maitres-à-penser del gruppo di artisti[2] antifascisti Nuova secessione artistica italiana, che diventerà in seguito Fronte nuovo delle arti: la prima mostra del gruppo[3] alla Galleria della Spiga di Milano di Alberto della Ragione lo vedrà tra i protagonisti.

Tuttavia caratteristica del gruppo era l’assenza di un comune denominatore: accanto alle istanze più propriamente sociali, proprie di Guttuso e Pizzinato, altri preferirono esplorare diversi e nuovi campi: così Santomaso, che sempre più tenderà ad una pittura di raffigurazione di astratte emozioni e tensioni. Espone a Stoccolma nel 1948 insieme ad Afro e Birolli. Infuria in quegli anni la polemica fra astrattismo e figurativismo e Santomaso interviene affermando che “l’immagine creata dall’artista non dipende dalle apparenze fenomeniche della realtà”. Alla Biennale di Venezia di quello stesso anno, quella degli impressionisti e delle personali di Picasso, Klee e Kokoschka, gli artisti del Fronte, pur suscitando profondo interesse[4], sono già irrimediabilmente divisi.
Il Gruppo degli Otto

Partecipa da allora in modo quasi continuativo alla Biennale (nel 1950, 1952, 1954, 1956, 1962, 1964, 1972, 1986 e 1988). Alla XXVI Biennale del 1952, partecipa all’esperienza del Gruppo degli Otto (con Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Turcato, Vedova) gli astratto-concreti, come li definì Lionello Venturi: pittori impegnati a trasformare dall’interno la tradizione della pittura figurativa, evidenziando la necessità dell’astrazione, intesa come processo senza limiti prefissati. Ricordo verde e L’ora delle cicale sono i suoi capolavori di questa stagione.

In questi anni supera le derivazioni cubiste (come nella serie delle Finestre) per approdare a nuovi lidi, approdando ad un surrealismo alla Miró (Piccolo cantiere, del 1952), oppure ad un astrattismo nervoso, a cui non sono estranee anche influenze grafiche (Il muro del pescatore, 1954): in quegli anni infatti intensifica anche la produzione grafica.

Nel 1954 gli viene assegnato il Primo Premio per la Pittura Italiana, nel 1956 il Premio Graziano dalla Galleria del Naviglio di Milano e il Premio Marzotto alla Mostra internazionale di pittura contemporanea di Valdagno nel 1958. Dal 1957 è docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, incarico che manterrà fino al 1975. Del 1957, inoltre, è la sua prima mostra negli Stati Uniti alla Grace Borgenicht Gallery: durante il soggiorno americano incontra gli esponenti dell’Espressionismo astratto e quest’incontro è determinante nello sviluppo delle sue tematiche artistiche.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta si affranca completamente dal contenuto e dalla forma, il colore tende ormai alla pura luce, e la struttura stessa del quadro (Dalla parte della Meridiana, 1956, Neri e rossi del canale, 1958) giunge ormai alle soglie dell’informale, ormai diffuso in Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia, a differenza di quasi tutto l’astrattismo informale, non risponde a connotazioni drammatiche, ma è sempre tesa alla ricerca inesausta di armonia ed equilibrio (Rosso veneziano, 1959) che caratterizza tutto il suo lavoro.
Architetture luminose

È del 1960 la personale allo Stedelijk Museum di Amsterdam e del 1961 la partecipazione alla Biennale di San Paolo.

Nel 1963 una sua opera viene esposta alla mostra Contemporary Italian Paintings, allestita in alcune città australiane[5].

Una sua retrospettiva nel 1965-66 viene presentata al Kunstverein di Amburgo e poi alla Haus am Lützowplatz di Berlino e al Museum am Ostwall di Dortmund. Nel 1971 viene pubblicato il libro di poesie On Angle di Ezra Pound con sue illustrazioni. La ricerca della luce si accentua sempre di più, le opere sono ormai architetture luminose, i pur sottili legami con l’informale sono ormai superati; matura un’immagine composta di suggestioni tridimensionali, tersa emotività, luce pura e vibrante come in Omaggio al Crocifisso di Cimabue.

Il ciclo delle Lettere a Palladio (1977), esposto alla Fondazione Miró di Barcellona nel 1979 è opera di architettonica chiarezza e nitore, pervasa dagli elementi costruttivi dei palazzi veneziani e ispirata dalla straordinaria varietà di colori di Venezia. Il cerchio si chiude: la luce che affascinava il ragazzo di Venezia che lavorava le gemme nell’oreficeria paterna è la stessa luce incantata che il maturo artista trasfonde sulla tela.

Nel 1981 espone: al West End Galerie di Francoforte, alla Schlosshofgalerie di Kißlegg, alla Fritz-Winter Haus di Ahlen e al Fort Lauderdale in Florida. La Borgenicht Gallery di New York organizza un’antologica dell’artista nella primavera del 1983. Le ultime opere (Rosso gotico, 1983, Blue Simphony, 1989) confermano il posto di rilievo che l’artista occupa nel panorama della pittura contemporanea italiana. Subito dopo la morte, avvenuta nel 1990, una importante retrospettiva è stata organizzata dalla Pinacoteca Rusca di Locarno. Nel 1991 la Collezione Guggenheim ha reso omaggio all’artista esponendo il ciclo delle sette Lettere a Palladio.

Tratto da Wikipedia

Plessi Fabrizio

Reggio nell'Emilia, 1940

1940

Fabrizio Plessi nasce a Reggio Emilia.

Compie i suoi studi al Liceo artistico e all’Accademia delle Belle Arti di Venezia dove in seguito sarà titolare della cattedra di pittura.

 

1968

Inizia a focalizzare la propria ricerca artistica intorno al tema dell’acqua, declinato in opere di tipo installativo, films, videotapes e performances.

 

1970 – 1972

Le sue opere vengono esposte al padiglione sperimentale della XXXV Biennale d’Arte di Venezia (1970) e alla successiva edizione del 1972.

 

1973

In occasione della mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano viene presentato il tema Acquabiografico che raccoglie la maggior parte dei suoi lavori che hanno per tema l’acqua.

Inizia a compiere una serie di azioni performative documentate da fotografie e riprese video.

Inizia a collaborare con il Centro Attività visive di palazzo dei Diamanti di Ferrara, dove con la sua strumentazione messa a disposizione dal Centro realizza i primi videotape.

 

1975

Compie numerose azioni performative in Francia, Germania, Belgio: sul lago Stichter, (Taglio del lago). Camminare sull’acqua, Operazione il Taglio del fiume Scheilde sempre documentate con foto e videotape.

 

1976

Partecipa all’Arte Fiera di Bologna con lo Studio Soldano e la Galleria Lara Vincy. Inoltre realizza il videotape A morte Venezia

 

1975 – 1983

Espone in numerosi spazi pubblici in Italia e all’estero,tra cui: Palazzo dei Diamanti di Ferrara ( 1975), Städtische Galerieim Lenbachhaus di Monaco (1979), l’Internationaal Cultureel Centrum di Anversa (1975-1978-1980) e il Palaisdes Beaux Arts di Bruxelles (1975,1983), Centre Pompidou di Parigi (1982).

 

1978

È invitato alla IXL Biennale d’Arte di Venezia per la fotografia nella mostra speciale L’immagine Provocata.

 

1980

Partecipa al Festival del Cinema di Venezia con il film Liquid Movie, aggiudicandosi il Premio “Città di Milano”.

 

1981

Plessi è invitato al Festival del Cinema di Venezia con Underwater, una produzione francese: il mezzo elettronico viene così ammesso ad una Biennale cinematografica.

 

1982

La sua completa opera video viene presentata al Centre Pompidou, Beaubourg di Parigi.

Da quest’anno in poi, i suoi lavori toccano da vicino la natura ambientale delle possibilità del video, incorporando strutture tridimensionali. Il rapporto illusionistico fra rappresentazione e realtà dell’elemento liquido compare amplificato nelle estreme possibilità tecnologiche della riproduzione meccanica ed elettronica.

 

1984

Partecipa alla XLI Biennale di Venezia con la videoinstallazione ed inaugura, con una grande mostra antologica, il Musée d’Art Contemporain de Villeneuve d’Ascq (Lille).

 

1985

Plessi presenta la sua prima grande antologica in Italia, (Plessi-Video Going, Catalogo Electa) alla Rotonda della Besana di Milano, che si può considerare la prima mostra di videoinstallazioni ambientali in Italia.

 

1986

Rappresenta l’ltalia alla 42° Biennale di Venezia e crea per l’occasione una delle sue opere più significative: Bronx

 

1987

Alla documenta 8 di Kassel Plessi presenta la monumentale installazione Roma che lo rende definitivamente noto a livello internazionale.

A Bologna vince il premio internazionale “L’immagine elettronica” e crea le scenografie per Sciame di Enzo Cosimi, che inaugura il Festival di Rovereto.

Dello stesso anno è l’ampia rassegna delle sue videoinstallazioni a Cavaillon in occasione del Festival d’Avignone.

 

1988

A Madrid al Museo Español de Arte Contemporáneo è presente con una grande retrospettiva di ben quattordici installazioni.

Dello stesso anno è la mostra Palacio Electrónico al Palacio Sástago di Zaragoza.

Sempre nel 1988 espone alla Neue Galerie di Linz una serie di videoinstallazioni dal titolo Videoland – Videolinz.

A Prato inoltre quell’anno per l’inaugurazione del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci crea l’opera Roma II

Durante il 1987 e il 1988 si occupa delle scenografie del programma televisivo “Immagina” per la RAI Uno a Roma.

 

1989

Plessi è invitato alla mostra Videoskulpturretrospektiv und aktuell 1963 – 1989 al Kunstverein di Colonia con una nuova creazione dal titolo Materia Prima.

Dello stesso anno sono la grande mostra Videosal al Palau Solleric di Palma de Mallorca e la mostra Movimenti Catodici al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Sempre nel 1989 partecipa alla mostra Borealis al Louisiana Museum di Humlebaek in Danimarca e ad Artek, Biennale di Nagoya, in Giappone.

Durante questo anno disegna le scenografie e i costumi per l’opera The Fall of Icarus in collaborazione con Frederic Flamand e musiche originali di Michael Nyman per la musica, produzione dell’Opéra Nationale “La Monnaie” di Bruxelles.

Crea inoltre il monumentale mulino elettronicoTempo Liquido, commissionato da Prato Trade per il Centro Pecci di Prato.

 

1990

In occasione del suo cinquantesimo compleanno la sua città natale ,Reggio Emilia, gli dedica una grande antologica nel museo, nel Foro Boario e nell’ampio spazio della Cavallerizza dove Plessi presenta per la prima volta i suoi Armadi

 

1991

Crea la grande installazione Roma ll per il Museum Moderner Kunst, Stiftung Ludwig di Vienna.

Dello stesso anno è l’installazione Porfido a Pergine espressamente studiata per il castello, è la complessa mostra di fotografie e grandi progetti alla fondazione “Sa Nostra” di Palma de Mallorca dedicata alla tipologia dell’isola e a i suoi materiali.

 

1992

Crea le scenografie elettroniche per la seconda collaborazione con Frédéric Flamand Titanic, presentato nello spettacolare spazio del Musée de l’Industrie di Charleroi.

Dirige un workshop per l’UNESCO con la partecipazione di venti giovani artisti internazionali sul tema “Babel”.

 

1993

Dopo un viaggio in India nasce la videoinstallazione Bombay-Bombay per il Museum Ludwing di Colonia.

Dello stesso anno è la vasta antologica Plessi – Retrospektive che il Museumam Ostwall di Dortmund gli dedica con dodici videoinstallazioni storiche.

Sempre del 1993 è Cristalli Liquidi opera commissionata ed esposta al Caffè Florian di Venezia in occasione della Biennale.

Per il celebre concerto live di Luciano Pavarotti al Central Park di New York, Plessi crea le scenografie elettroniche.

Si inaugura a Barcelona alla Fundaci Joan Mirò la mostra Bombay-Bombay family: e la monumentale videoilluminazione Liquid Time prodotta dalla Philips per la fiera di Berlino ed acquistata dal ZentrumFürKunst und Medientechnologie di Karlsruhe.

Sempre nel 1993 Plessi viene insignito della “medaglia Mir” dell’UNESCO a Parigi.

 

1994

Collabora per la terza volta con Frederic Flamand all’opera Ex Machina con le scenografie elettroniche e virtuali realizzate sotto la sua direzione dagli studenti della Kunsthochschulefür Medien di Colonia.

E’ invitato alla Mostra speciale internazionale della Bienal de São Paolo in Brasile.

Dello stesso anno è la mostra di disegni storici e progetti su carta dal 1976 al 1993, presso la NeueGalerie di Linz.

Fabrizio Plessi crea le scenografie elettroniche per la trasmissione Studio Moor del canale televisivo tedesco Premiere con sue videoinstallazioni che cambiano ogni mese

 

1995

L’opera Ex Machina è invitata come evento speciale alla Biennale di Venezia del Centenario. Sempre nel 1995 crea le due videoinstallazioni Fuochi Fatui progettati per la Fundaciò Pilar i Joan mirò a Palma de Mallorca, di cui una è ambientata eccezionalmente nello studio stesso di Miró, tra le sue opere.

Ancora del 1995 è la sua grande antologica alla Rocca Paolina di Perugia per la quale crea la monumentale videoinstallazione color: L’Anima della Pietra.

 

1996

Crea alcune delle più complesse ed imponenti installazioni tra cui Il Fiume della Storia per il Landesmuseum di Mainz, per il Mausoleum di Graz, Acquedotto Elettronico per il Kunstverein di Heidelberg e Mysterium Wein per l’Historisches MuseumderPfalz a Speyer.

Infine, sempre del 1996 è la spettacolare videoscultura Movimenti Catodici Barocchi, che Plessi crea a Napoli in occasione dell’apertura della Città della scienza alla fondazione IDIS.

 

1997

Per le edizioni Dumont, esce il grande libro Plessi, Progetti del Mondo, dedicato a quaranta viaggi che hanno suscitato all’artista idee per altrettante videoinstallazioni. ll volume è presentato in anteprima alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia durante la vernice della Biennale.

 

1998

Monumentale installazione Arca dell’Arte nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Grande retrospettiva delle sue videoinstallazioni storiche Roma, Bronx

1986 Cristalli Liquidi 1993 a Movimenti Catodici Barocchi 1996, al Guggenheim Museum di New York.

Nello stesso anno retrospettiva al Museum of Contemporary Art di San Diego, La JollaMuseum.

 

1999

A Berlino, per il nuovo edificio della Sony progettato da Helmut Jahn a PostdamerPlatz, crea una gigantesca cascata elettronica che si scompone in sedici milioni di colori differenti. La monumentale opera verrà ufficialmente inaugurata nel giugno 2000.

Premiato alla 13° Quadriennale di Roma, vince ad Hannover il prestigioso premio “Kunstpreisder Nord/LB”, che lo consacra miglior artista dell’anno in Germania. In questa occasione allestisce, presso il KestnerGesellschaft di Hannover, una grande mostra completamente inedita sul tema della foresta, DerHängencleWaldserif; nello stesso anno vince il concorso internazionale per il padiglione dell’Euregio all’EXPO 2000 di Hannover.

 

2000

Per “Bologna 2000” realizza una grande installazione intitolata Naufragio della Pitturaa Palazzo d’Accursio.

Nell’Almodì di Valencia allestisce un’ampia rassegna sull’Anima della Materia

Nello stesso anno una mostra itinerante dei suoi ultimi lavori viene esposta in Danimarca al TrapholtMuseum di Kolding.

Realizza per il Governo Italiano, per il padiglione dell’EXPO universale di Hannover Mare Verticale che si può considerare la più monumentale scultura tecnologica mai costruita. La struttura in acciaio alta 44 metri contiene un gigantesco schermo a led luminosi che simula un’onda elettrica blu in costante movimento.

Rappresenta l’ltalia alla Biennale di Kwangiu in Corea e nello stesso anno crea le scenografie teatrali per lo spettacolo dell’Aterballetto Sogno di una notte di mezza estate con le musiche originali di Elvis Costello.

Sempre nel 2000 presenta a Passau nella sede del “VerlagsgruppePassau” la grande scultura storica Il fiume della storia e nella St. Anna Kapelle un’ampia rassegna di opere recenti sul tema del fuoco.

 

2001

Guest of Honour all’8 Biennale del Cairo dove per l’occasione ha creato l’installazione Cairo-Cairo II dedicata al Nilo, formata da 80 anfore di argilla di produzione locale.

In giugno a Venezia, in occasione della Biennale la città gli inaugura la mostra Waterfire al Museo Correr un’importante rassegna delle sue opere più recenti basate sul tema dell’acqua e del fuoco, e la grandissima installazione nella piazza San Marco creata per l’occasione.

Sempre nel giugno del 2001 a Ravenna per il Ravenna Festival presenta la grandissima installazione Teatro Elettronico della Memoria dedicata a Piranesi e ai calchi di gesso.

In ottobre il museo Guggenheim di Bilbao gli dedica una personale con la sua famosa installazione Roma II.

 

2002

Vince il concorso internazionale indetto dalla Loewe a Kronach dove realizza una gigantesca scultura elettronica all’aperto avente come tema l’acqua e il fuoco, e utilizza per la prima volta televisori climatizzati.
A giugno a Roma le Scuderie Papali del Quirinale si aprono all’arte contemporanea con una sua vasta antologica sempre con i temi dell’acqua e del fuoco dal titolo Plessi Paradiso Inferno che resta la più grande esposizione di opere storiche di Plessi presentate in Italia.
A novembre Fabrizio Plessi inizia un’intensa collaborazione con Calvin Klein, creando per lui una serie di grandi installazioni in movimento a New York, Dallas e Parigi sul tema ricorrente dell’albero e del fuoco elettronico.

 

2003

In occasione del Salone del Mobile a Milano, Plessi con il coordinamento artistico di Robert Wilson e le musiche di Philip Glass, crea sotto la trecentesca Loggia dei Mercanti una nuova spettacolare e gigantesca installazione con dieci barche di fuoco capovolte che si muovono sulla testa dei visitatori stravolgendone ogni logica percezione.
Dalla collezione Peggy Guggenheim di Venezia riceve l’incarico di creare un’opera inedita per il nuovo ingresso. Plessi studia allora una delle sculture tecnologicamente più avanzate al mondo, dotata di un impianto costante di climatizzazione e di un grande schermo ultra piatto a Led luminosi e display Fulcolor. Realizza nello stesso anno una grandiosa installazione per il KristallweltenMuseum di Swarovsky a Wattens, formata da un’enorme foresta sospesa con immagini elettroniche di acqua, fuoco e cristalli.

 

2004

La Germania rende omaggio a Plessi con la grande retrospettiva curata da Carl Haenlein dal titolo Traumwelt a Berlino al Martin Gropius Bau. La mostra, che copre un’area di 5000 mq ed è dedicata alle contraddizioni e alle urgenze delle città del mondo, si può considerare la più vasta e più completa mostra dell’artista.
Poi la suggestiva installazione I Lavatoi dell’Anima, una nuova versione di Bombay-Bombay, con le musiche di Michael Nyman in collaborazione con un gruppo di solisti indiani al nuovo museo Es Baluard di Palma de Mallorca.
A Milano per il Futurshow crea all’ingresso una gigantesca cascata digitale che si incendia a tempi alterni.

 

2005

Ad Artefiera espone per la prima volta con grande successo una nuova serie di cumuli di pietre, oniriche ed evocative, dal titolo Digital Stones.

Per il KistefosMuseet in Norvegia Plessi è invitato a ridisegnare un’ampia area d’archeologia industriale. Crea per l’occasione Memory Motions nove grandi installazioni di tronchi rotanti con movimenti aleatori a diversi livelli su strutture meccaniche. L’opera rimarrà esposta permanentemente.
Ancora in Germania l’artista inizia una stretta collaborazione con l’industria automobilistica BMW con una serie di progetti in cui la ricerca automobilistica viene affiancata dalla poetica della creazione artistica in una simbiosi stimolante di materiali e forme. La collaborazione si esprime in alcuni eventi tra i quali le mostre a Monaco di Baviera e a Berlino.
E’invitato alla 51° Biennale d’Arte di Venezia, per il progetto speciale della Biennale in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri. Per l’occasione Plessi realizza di fronte all’entrata della Biennale, ai Giardini, una nuova versione di Mare Verticale che emerge dall’acqua della laguna per 44 metri di altezza. All’interno di questa enorme stele verticale scorre una cascata d’acqua tecnologica diventerà il simbolo della Biennale stessa.

A Vienna negli splendidi spazi monumentali della galleria Mauroner allestisce la mostra Digital Stones, affascinante percorso tra Movimenti Catodici Barocchi ed un omaggio a Freud nell’anno che gli sarà dedicato.

 

2006

Nel 2006 inaugura in Marocco a Rabat il nuovo Museo d’Arte Contemporanea con una mostra dedicata alle tintorie di Fez con progetti, disegni e films.
Sempre di quest’anno è la seconda collaborazione con la compagnia della danza italiana-Aterballetto di Reggio Emilia. Di Plessi sono la creazione, le scene ed i costumi di Romeo&Juliet. Una nuova concezione dell’opera dove una struttura altamente tecnologica e digitale modifica ed altera le vecchie logiche della tragedia shakespiriana. l temi dell’acqua, del fuoco e del vento si intersecano e si innestano con quelli della passione, dello scontro, del destino, della morte e dell’amore.

Al HackMuseum di Ludwigshafen in Germania, Plessi mette in scena una grande mostra retrospettiva Digital Islands che ripercorre tutta la sua creatività innovativa attorno agli anni ‘70 fino agli anni ‘90. Attraverso venti sale per la prima volta sono stati ricostruiti infatti tutta una serie di progetti ormai storici degli anni ‘70 che dimostrano la visione innovativa, assolutamente pionieristica di Plessi verso lo scenario della ricerca tecnologica europea di quegli anni. L’H2 – ZentrumfurGegenwartskunstimGlaspalast presenta l’estesa installazione Lava appositamente creata per il museo di Auasburg, ed una raccolta di 30 disegni realizzati appositamente per l’occasione.

 

2008

Durante quest’anno Plessi è presente con delle personali alle più importanti fiere d’arte in Europa e negli Stati Uniti tra cui Arte Fiera a Bologna, Miart Milano, Grand Palais a Paris, Miami, Art Cologne, Wien. Espone inoltre alla galleria Contini di Cortina e di Venezia una serie di grandi installazioni e di grandi disegni sul tema costante della lava. Da quest’anno Plessi inizia una importante collaborazione artistica con Louis Vuitton in occasione dell’apertura degli spazi di Canton Road ad Hong Kong. Per l’occasione Plessi crea Il lusso è lento, una serie di gigantesche fusioni d’oro a led luminosi, una serie di sculture di pietra nera Fusion ed infine una nuovissima borsa tecnologica dotata di un televisore ultrapiatto a batterie con immagini d’oro liquido in continuo movimento. Questa creazione è da considerarsi la prima borsa digitale costruita al mondo. Fabrizio Plessi dal 1990 al 2000 è stato professore di “Umanizzazione delle Tecnologie” alla Kunsthochschulefur Medien di Colonia e dal 1994 è stato titolare della cattedra di “Scenografie Elettroniche” presso la stessa istituzione.

 

2009

Fabrizio Plessi nella primavera di quest’anno crea una nuova versione in acciaio nero e televisori al plasma dell’opera Digital Fall, collocata all’ingresso della collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
Nella sezione “eventi collaterali” della 53a Biennale di Venezia espone all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti una monumentale videoinstallazione, L’anima della pietra, utilizzando una serie di busti marmorei dei più famosi artisti del passato.<
Sempre durante la 53a Biennale assieme a Bill Viola inaugura a Ca’ D’oro la mostra L’anima dell’acqua. In quest’occasione Plessi occupa tutto il patio del palazzo con una monumentale flotta di barche veneziane munite di acqua azzurra digitale, in attesa di partire verso l’ignoto.
Sempre nel 2009 espone un allestimento particolare alla mostra Infinitum al museo Fortuny di Venezia.

 

2010

Fabrizio Plessi crea per il teatro Goldoni di Venezia le scenografie digitali dell’opera di Pirandello Vestire gli ignudi. L’impianto scenografico si avvale di una serie di 34 grandi televisori al plasma, di un grande schermo ed una serie di telecamere nascoste che trasmettono in diretta tutte le fasi ed i dettagli dello spettacolo creando una specie di complice corto circuito con gli spettatori.

Plessi disegna e realizza per il teatro La Fenice di Venezia il premio digitale alla carriera conferito quest’anno a Grace Jones.

Nell’isola della Maddalena in Sardegna, nell’antico arenale marittimo, in occasione del Luis VittonTrophy, Plessi crea una delle sue più straordinarie videoinstallazioni. In uno spazio di quasi mille metri quadri colloca Mari verticali, dodici imbarcazioni in acciaio nero inclinate a 45 gradi, all’interno delle quali scorrono fragorosamente i dodici mari del mondo.

Quest’opera con il supporto di Luis Vitton sarà esposta nei prossimi anni in alcuni tra i più importanti musei del mondo. Un viaggio nel viaggio.

 

2011

In occasione dell’inaugurazione della nuova Galleria Contini di Venezia crea Water windows, una videoinstallazione che riveste le finestre della facciata dell’edificio con immagini-video di flussi d’acqua in moto alterno ascensionale.
A Palma di Mallorca, con il supporto di Louis Vuitton, inaugura La Lonja maestosa architettura civile gotica con una monumentale installazione dal titolo Llaut Light dedicata alla memoria storica delle barche dell’isola.
A Napoli, per il festival crea le scenografie digitali per L’opera da tre soldi di Bertold Brecht al Reale albergo dei poveri.
All’apertura della LIV Biennale d’Arte di Venezia l’artista inaugura il nuovo restauro del Padiglione Venezia riproponendo l’opera Mari Verticali in cui le barche sono disposte in accordo con l’architettura razionalista del luogo.

 

2012

Presso la Galleria Contini di Venezia inaugura una mostra personale dal titolo Blù con una serie di grandi disegni dedicata alle barche di Mallorca e una serie di progetti sul tema dei Mari verticali al Padiglione Venezia esposta alla precedente Biennale.
Nomination per Le maschere del teatro italiano per la miglior scenografia dell’anno conL’opera da tre soldi.
Nel Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, Plessi crea l’opera Monumenta, composta da nove monoliti ognuno dedicato ad una divinità della Magna Grecia, il cui materiale sintetico simula perfettamente l’arenaria del terreno e dei templi. Al loro interno sono distribuite immagini-video evocanti gli elementi della natura come l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra, la lava, e i fulmini.
Il palazzo della Ragione di Padova gli dedica da ottobre, una mostra incentrata sul valore intrinseco del disegno, inteso sia come momento creativo funzionale all’opera d’arte sia come espressione autonoma.

 

2013

È invitato ad esporre a Mantova al Palazzo Te ed eccezionalmente gli viene concessa la straordinaria Sala dei Giganti affrescata da Giulio Romano. Crea per l’occasione la teatrale e monumentale videoinstallazione RollingStone sul tema della “caduta” che dialoga con l’opera murale generando un unisono straordinario senza tempo e carico di pathos.
A Milano in occasione del Salone del Mobile adatta a palazzo Durini per Natuzzi tutta la serie di sculture di pietra grigia sul tema ricorrente della Lava digitale.
A Roma, l’agenzia di comunicazione Adnkronoscolor lo incarica di realizzare una serie di sei opere digitali per celebrare i cinquant’anni dell’azienda. Nel palazzo della Informazione l’artista coniuga dunque questo evento con i temi dell’acqua, dell’aria della fuoco dell’aria e della lava, a lui cari da sempre.
In novembre dopo cinque anni di lavori febbrili, si inaugura il passo del Brennero il Plessi Museum, una monumentale opera architettonica completamente isolata, come una teca di cristallo immersa nella natura, che ospita una nucleo di opere importanti dell’artista. Quest’opera è da considerarsi il primo museo al mondo all’interno di un’autostrada.

 

2014

È Invitato dal Ludwing Mùzeum di Budapest a esporre per la prima volta in Ungheria una rassegna antologica delle sue opere più importanti. La mostraLiquid Labyrint prende il nome da un ciclo inedito di grandi lavori su tela appena terminato, un monumentale affresco su tutto il percorso artistico.
In Francia alla Fondation Schneider di Wattwiller si inaugura una grande personale centrata sull’opera Foresta Sospesa riproposta dopo Hannover nel1999 in occasione del Premi “Nord LandesBank” vinto dall’artista in quell’anno.
Milano gli rende omaggio alla Fondazione Mudima con la mostra storica Plessi, gli anni settanta che sottolinea la frenetica attività dell’artista nella Milano di quegli anni. Per l’occasione sono esposti i suoi progetti anticipatori sulle videoinstallazione e inoltre, dopo la Biennale di Venezia del 1972, viene esposta per la prima volta La grande Gabbia d’acqua. Il LudwingMuseum di Koblenz gli dedica una grande mostra personale dal titolo Plessi-sul viaggio.

Per l’occasione tutto il museo viene dipinto di blu per accogliere la monumentale installazione Llaut Light accompagnata dalla colonna sonora Water Music di Michael Nyman.
Vince il prestigioso “Premio Pascali” e realizza a Polignano a Mare al Museo Pascalila nuova videoinstallazione, Plescali che sottolinea il profondo rapporto culturale linguistici che accomuna i due artisti: l’acqua naturale di Pascali e l’acqua digitale di Plessi.

 

2015

Plessi viene invitato ad inaugurare il nuovo spazio museale della nuova università di Milano IULM. Per l’occasione crea Foresta Blu una monumentale architettura di alberi che perfettamente dialoga con lo spazio ideato da 5 +144. Venezia rende omaggio a Plessi in occasione della Biennale e dell’Expo con due grandi mostre in città: Liquid life a Ca’d’oro e Liquid Light alle Tese 94 dell’Arsenale. La prima si compone in una grande videoinstallazione estesa sui due piani di Ca d’Oro all’interno della quale scorre un flusso d’acqua digitale. Mille disegni sul tema dell’acqua completano l’opera rappresentando idealmente il flusso dei pensieri e dell’intera sua vita creativa. All’arsenale invece la realizzazione di un solo monumentale progetto dedicato al mediterraneo. Quattordici grandi storiche imbarcazioni di Mallorca galleggiano idealmente in un mare di luce azzurra in memoria di avventure e viaggi perduti, il sonoro delle onde del mare e la musica di Nyman completano l’opera.
Sempre nello stesso anno la Banca Generali di Milano, per la propria sede storica, produce una nuova serie di opere completamente inedita di Plessi dal titolo Digital Wall. Per la prima volta, Plessi elimina dal suo lavoro oasi supporto materico e finalmente mette a nudo tutta la sua poetica visiva atavica ed ancestrale.I cerchi d’acqua, i cerchi di fuoco, le lave, il bagliore dei lampi diventano così la nuova cifra stilistica dell’artista. A Milano in occasione dell’Expo 2015 realizza per il padiglione della Belarus un enorme ruota a LED luminosi che simula un mulino digitale in continuo movimento. La ruota della vita diventerà immediatamente un perno attivo dell’Expo.
A Vienna nelle due Gallerie “Mario Mauroner” espone per la prima volta in Austria una serie di grandi opere dipinte su tela dal titolo Liquid Labyrint il ciclo proveniente dal Ludwig Museum di Budapest e dal Ludwig Museum i Koblenz.

 
 

SCABAR SERGIO

Ronchi dei Legionari (Gorizia) 1946
Foto: su gentile concessione

Sergio Scabar nasce a Ronchi dei Legionari (Gorizia) nel 1946, dove vive e lavora. Comincia ad interessarsi alla fotografia nel 1964. Dal 1966 al 1974 partecipa saltuariamente a concorsi nazionali ed internazionali utilizzando la fotografia soprattutto con finalità di racconto e reportage.

Successivamente, negli anni ’80, il suo lavoro prende una svolta sostanziale, la figura umana esce dai suoi lavori ed il suo interesse si concentra sulla natura, sublimando l’aspetto materiale e concettuale. Col lavoro “Il Teatro delle cose” nel 1996, inizia una stampa alchemica ai sali d’argento “unico esemplare”.

Il metodo di lavoro artigianale emerge maggiormente rispetto alle opere precedenti: c’è il contatto con i materiali, il riappropriarsi dei metodi, della meticolosità e dei tempi, la particolare taratura sui toni bassi, con l’uso dei rapporti chimici e sensoriali, uniti nella ricerca dell’essenza della creatività. Nel 2003 riceve dal C.R.A.F.

il premio “Friuli Venezia Giulia Fotografia”, nel 2008 ha pubblicato per Marte Edizioni il Volume “Silenzio di Luce”, nel 2010 il volume “Cidinors” edito da Associazione Cultural Colonos.

Dadamaino

Milano, 2 ottobre 1930 – Milano, 13 aprile 2004
Immagine e Testi: wikipedia

Laureatasi in Farmacia, scoprì tardi la sua vocazione per l’arte. Verso la fine degli anni cinquanta si affiancò ai giovani artisti che seguivano Lucio Fontana, l’avanguardia artistica del dopoguerra a Milano. Erano soliti usare il Bar Jamaica come luogo di ritrovo: tra di loro, Piero Manzoni, Gianni Colombo, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Turi Simeti, Nanda Vigo.

Dadamaino aderì subito al progetto di Azimuth, fondato da Manzoni e al movimento Zero di Heinz Mack, Otto Piene e Gunter Uecker. Elaborando la propria personale poetica ispirata al ribaltamento dei concetti della produzione seriale, tipica della produzione industriale dei beni di consumo, espose in Olanda, Belgio, Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Svizzera, ottenendo all’estero più riconoscimenti che in Italia.

Con Getulio Alviani, Bruno Munari ed Enzo Mari fu tra i fondatori di Nuova tendenza, partecipando poi a numerose rassegne internazionali. Le sue ricerche si svilupparono nella composizione di un alfabeto visivo di sedici segni, da lei chiamato alfabeto della mente.

Femminista e militante nei movimenti di contestazione emersi nel 1968, Insieme a Luciano Fabro, Jole De Sanna e Hidetoshi Nagasawa sostenne il progetto della Casa degli artisti di Milano, partecipando alle sue manifestazioni per l’arte. Fu invitata due volte a mostrare le proprie ricerche con due sale personali alla Biennale di Venezia dove espose nel 1980 I fatti della vita e nel 1990 Il movimento delle cose.

Alviani Getulio

Udine, 5 settembre 1939 - Milano 2018
Immagine e Testi: wikipedia

Alviani, ideatore plastico e progettista, sin da ragazzo frequenta a Udine il laboratorio dello scultore statuario Max Piccini dove apprende i primi rudimenti del fare; lavora poi in uno studio tecnico di architetti ed ingegneri e successivamente in una grande industria di apparecchiature elettriche come grafico e progettista.

Qui approfondisce i problemi della comunicazione visiva e studia da piccoli dispositivi di comando a strutture parietali trasformabili. Alla fine degli anni cinquanta realizza le prime “linee luce”, superfici metalliche fresate che poi, organizzate e composte modularmente, diverranno “superfici a testura vibratile” che è stata la sua ricerca propedeutica.

Nel 1961 ha una personale alla Mala Galerija di Lubiana seguita nel 1962 da un’altra personale nello spazio della Galerija Suvremene Umjetnosti di Zagabria.

Sempre nel 1962 partecipa alla mostra “Arte programmata” organizzata dalla Olivetti a Venezia, Roma e Düsseldorf. Nello stesso anno partecipa alla collettiva “Krit-Punto/2” presso il Palacio de la Virreina a Barcellona, alla collettiva “Anno 62” presso la Galerie ‘t venster di Rotterdam ed entra a far parte del movimento internazionale Nove Tendencije fondato da Almir Mavignier di cui fanno parte il Groupe de Recherce d’Art Visuelle di Parigi, il Gruppo N di Padova, Enrico Castellani e Piero Manzoni per quanto riguarda l’Italia; questo sodalizio artistico è la punta più avanzata di quella che la critica successiva chiamerà “Arte di ricerca visiva, ottica e cinetica”. In questi anni giovanili lega amicizie con Josef Albers, Anni Albers, Max Bill, Konrad Wachsmann, Hans Richter, Sonia Terk Delaunay, Henryk Berlewi, Pavel Mansouroff, Michel Seuphor e Lucio Fontana.

Nel 1963 partecipa alla mostra “ZERO – der neue Idealismus” nella Galerie Diogenes di Berlino. Sempre nel 1963 partecipa alla mostra collettiva Panorama Van de Nieuwe Tendenzen tenutasi presso la Galerie Amstel 47 di Amsterdam ed alla collettiva comprendente gli artisti di Zero presso la Galerie d in Francoforte sul Meno. Nello stesso anno espone nella celebre galleria parigina di Denise René dove tornerà più volte negli anni successivi.

Nel 1964 espone al Musée des Arts Décoratifs del Museo del Louvre di Parigi alla mostra “Nouvelle Tendance Recherches Continuelles”.

Sempre nel 1964 partecipa a Mikro ZERO/NUL – Mikro Nieuw Realisme, mostra collettiva tenutasi presso la Galerie Delta di Rotterdam dal 7 al 20 agosto; Jeugdfestival di Velp dal 24 al 29 agosto e Galerie Amstel 47 di Amsterdam dal 31 agosto al 19 settembre.

Nel 1965 partecipa all’esposizione “The Responsive Eye” al Museum of Modern Art (MoMA) di New York ed esegue i primi progetti di ambienti con pareti speculari. Nello stesso anno espone all’Albright Knox Art Gallery di Buffalo, al Tel Aviv Museum of Art di Tel Aviv, allo Stedelijk Museum di Amsterdam nella storica mostra collettiva di Zero “NUL negentien honderd en vijf en zestig”, alla Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera e partecipa alla VIII Biennale di San Paolo del Brasile. Nel 1966 espone alla Kunsthalle di Berna e al Museum of Contemporary Art di Nagaoka.

Nel 1967 partecipa alla biennale internazionale di arti grafiche a Tokyo, espone allo Institute of Contemporary Art di Boston, al Kunsternes Hus di Oslo, al Musée d’Art et Industrie di Sant-Etienne, al Musée de Beaux Artes di Bruxelles, nella Staditsche Kunsthalle di Düsseldorf, al Gemeentemuseum di L’Aia, al Carnegie Institute di Pittsburgh ed al Musée d’Art Contemporain di Montréal. Nel 1968 espone alla Kunsthalle di Colonia e partecipa a Documenta 4 a Kassel. Nel 1969 espone al Palais des Beaux Art di Bruxelles. Nel 1973 partecipa alla X Quadriennale di Roma ed espone al San Francisco Museum of Art di San Francisco. Durante gli anni settanta approfondisce e sviluppa con una coerenza sempre più estrema i temi che gli sono congeniali allargando il suo interesse dalle strutture ai problemi cromatici, sino alla visualizzazione di processi chimici e fisici.

Nel 1976 ottiene la cattedra all’Accademia di belle arti di Carrara che lascerà nel 1981 per andare a dirigere il Museo de Arte Moderno Jesús Soto di Ciudad Bolívar in Venezuela da lui consacrato all’Arte percettiva. Nel 1964, 1986 e con un ambiente nel 1993 espone alla Biennale di Venezia. Negli anni novanta tiene mostre personali al Muzeum Okregove di Chełm (1994) ed al Muzej Suvremene Umjetnosti di Zagabria(1997).

Nel 2000 è presente alla mostra collettiva “Open Ends” tenutasi presso il Museum of Modern Art (MoMA) di New York realizzata per evidenziare quanto accaduto nel mondo dell’Arte dal 1960 fino all’inizio del nuovo millennio attraverso l’esposizione di opere realizzate da Artisti che in quell’arco temporale si erano resi protagonisti sullo scenario internazionale.

Nel 2001 gli viene dedicata una mostra monografica di superfici metalliche allo Städtischens Museum Gelsenkirchen e una rassegna al Mondriaanhuis di Amersfoort.

Tra il 2001 e il 2003 è inoltre presente a Luce movimento & programmazione, mostra itinerante nei musei di Ulm, Mannheim, Gelsenkirchen, Kiel, Schwerin e Klagenfurt am Wörthersee.

Nel 2007 espone al Museo nacional centro de arte reina Sofia di Madrid nella mostra Lo[s] Cinético[s] e nello stesso anno partecipa all’esposizione “Optic Nerve” presso il Columbus Museum of Art di Columbus, Ohio.

Nel 2012 partecipa alla collettiva “Ghosts in The Machine” presso il New Museum of Contemporary Art di New York. Fino a circa dieci anni fa ha eseguito progetti di architettura ed attualmente si dedica con impegno crescente alla cura di testi ed esposizioni riguardanti i protagonisti delle ricerche strutturali e visive a livello internazionale.

È anche autore di un libro su Josef Albers (1988), ha curato con Giancarlo Pauletto un libro su Michel Seuphor (1987), e ha contribuito con le sue fotografie a un libro di G. Pauletto e M. A. Miller su Richard Anuszkiewicz (1988), un allievo di Josef Albers.

Tra le opere ricordiamo le superfici a testura vibratile, realizzate in alluminio, ove la superficie, fresata elettricamente con una precisione determinata da preordinata programmazione, muta continuamente a seconda delle posizioni degli angoli visuali e dell’incidenza luminosa generando immagini sempre diverse, come pure le superfici a testura vibratile circolari chiamate Dischi, realizzate in acciaio o alluminio, ove la vibratilità luminosa si ottiene lavorando manualmente la superficie metallica con un tornio meccanico che tranciandola in forme logiche dà moduli per possibili costruzioni di indeterminate superfici che anche in questo caso mutano continuamente a seconda delle posizioni degli angoli visuali e dell’incidenza luminosa.

Altri lavori sono i “cerchi virtuali” costituiti da semicerchi in rame cromato posti su superfici di acciaio speculare secondo varie posizioni e successioni logiche come pure i rilievi e le cromostrutture speculari realizzate in acciaio ed alluminio.

ZEC SAFET

Rogatica (Bosnia Erzegovina) 1943
Foto: su gentile concessione Safet Zec

Nasce nel 1943 a Rogatica , in Bosnia Erzegovina. Studia alla Scuola di Arti Applicate di Sarajevo, in seguito All’ Accademia di Belle Arti di Belgrado dove si diploma e continua gli studi di perfezionamento post diploma .

Nel 1972 Safet Zec è il maggiore esponente del movimento artistico che porta il nome di “Realismo Poetico” di cui ne diventa la figura centrale.

Nei primi anni 90′ è uno degli artisti più importanti del suo paese.

Nel 1992 , a causa della guerra che colpisce la ex Jugoslavia , è costretto ad abbandonare il proprio Paese e arriva in Italia prima a Udine e poi a Venezia.

Nel 1996 , vince a Lubiana il Gran Premio Alpe Adria per il disegno. Sono numerose le mostre personali e le partecipazioni ad esposizioni in Italia ,Europa e negli Stati Uniti. Dalla fine del conflitto nei paesi dell’ ex Jugoslavia , Zec riprende la frequentazione con la sua terra .

Lo Studio Collezione – Zec, nel cuore di Sarajevo , è stato riaperto ed è diventato un Centro di Iniziative Culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere. Tra i più recenti e significativi riconoscimenti dell’artista :

-2002- Premio Leonardo Sciascia per l’Incisione.

-2005- Premio Umanistico “Linus Pauling” conferito dall’ International League of Humanists.

-2007- Titolo di “Chevalier de l’ Ordre des Arts et des Lettres ” conferito dal Ministero della Cultura della Repubblica Francese.

-2014- Deposizione nella Cappella della Passione Chiesa del Gesù, Roma.

– Recenti Mostre :

-2010- “Il Potere della Pittura “, personale antologica al Museo Correr, Venezia.

-2012- “Capolavori senza Tempo”, importante personale alla Rotonda di via Besana a Milano.

-2013- “L’opera Incisa” , retrospettiva di disegni e incisioni alla Villa Manin di Passariano (Udine). Vasta è la bibliografia critica a lui dedicata.

ZIGAINA GIUSEPPE

Cervignano del Friuli 1924 - Palmanova 2015
Foto e Testi fonte Wikipedia

Giuseppe Zigaina è uno dei più importanti e significativi pittori italiani del Novecento.

Nel 1934 entra nel collegio di Tolmino (dal 1945: Tolmin, Slovenia) e vi rimane fino all’8 settembre 1943. Fondamentale per lui l’incontro 1946 con Pasolini con cui stabilisce profondi legami sia umani che artistici destinati a sopravvivere alla morte del poeta.

1949 espone a Roma alla Galleria d’Arte Moderna. Nello stesso anno realizza tredici disegni per una raccolta di poesie dell’amico Pier Paolo Pasolini intitolato Dov’è la mia Patria edita dall’Academiuta de Lenga Furlana di Casarsa della Delizia, il paese natale della madre del poeta, in Friuli, presso Pordenone.1953 Dirige il lungometraggio 1953: primo maggio a Cervignano, diffuso dalla RAI TV.

1957 Pasolini scrive per l’amico Zigaina il poemetto Quadri friulani contenuto nel volume Le ceneri di Gramsci.

1958 per la casa editrice tedesca Volk und Welt esegue cinquantadue disegni per Pisana oder Bekenntnisse eines Achtzigjahringen, traduzione tedesca delle Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo.

1962 Viene invitato a far parte della Società Europea di Cultura e dell’Accademia San Luca di Roma.

1968 Collabora al film Teorema di Pier Paolo Pasolini.

1971 Pasolini gli affida la parte del frate santo nel Decameron.

1984 Inizia un periodo di insegnamento all’Art Institute di San Francisco e presenta ufficialmente alla Berkeley University la sua teoria rivoluzionaria sulla morte/linguaggio di Pasolini.

1987 Esce il primo libro su Pier Paolo Pasolini, Pasolini e la morte. Mito, alchimia e semantica del “nulla lucente”, Venezia, Marsilio.

1992 Per il centro Andaluz del Teatro di Siviglia realizza la supervisione alla regia di Orgia dell’amico Pasolini.

1995 La casa editrice Electa gli dedica una monografia in due volumi dedicata alla pittura e all’opra incisoria curata da Marco Goldin. Marsilio editore gli pubblica Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini e quattordici racconti autobiografici intitolati Verso la laguna.

1999 Marsilio pubblica il pamphlet Pasolini: Un’idea di stile: uno stilo.

2000 Esce Temi e treni di Pier Paolo Pasolini. Un giallo puramente intellettuale. Editore La Scaletta.

2001 Udine, le edizioni del Tavolo Rosso pubblicano un libro d’arte in cinquanta esemplari Giuseppe Zigaina per Friederike Mayrocker con tre acqueforti per ciascuno dei tre autori.
Si deve a Zigaina la supervisione alla regia di Orgia per il Centro Andaluz del teatro di Siviglia.

Zigaina è stato accolto nella Bayerische Akademie der Schönen Künster di Monaco per il suo lavoro di ricerca su Pier Paolo Pasolini, oltre che per la sua attività di pittore.

Fonte: Wikipedia

LUCATELLO ALBINO

Venezia 1927 - Tarcento 1984
Foto: su gentile concessione archivio famiglia Lucatello

Inizia la sua attività artistica con il disegno. Virgilio Guidi gli assegna il primo premio al termine di un corso alla scuola libera del nudo presso l’Accademia di Belle Arti diVenezia. Entra nella corrente del neorealismo, sponsorizzato dal Partito Comunista, che allora era al centro di una vivacissima polemica che lo contrapponeva alla corrente astrattista. Albino Lucatello, uno dei giovani artisti veneziani più dotati, arriva quando il Fronte nuovo delle arti sta esaurendo la sua carica propulsiva. Disegna volti di mondine e delle alluvionate del Polesine, operai che riposano, vecchi e soprattutto i carbonai che incontra all’osteria del Bottegon quando, finito il lavoro, vanno a bere il bicchiere di vino. Nel 1952 un suo disegno viene premiato all’Opera Bevilacqua La Masa di Venezia. Ma lui è soprattutto pittore. Il Comune di Venezia gli assegna uno studio a Palazzo Carminati, che conserverà per oltre dieci anni. Dall’ultimo piano da dove gode lo splendido paesaggio dei tetti veneziani dipinge una lunga serie di tetti (quasi sempre su faesite e con colori fabbricati da sé) molto apprezzati dalla critica[1] e che gli valgono il Premio Tursi alla 28ª Biennale di Venezia nel 1956.

In quel periodo inizia la sua stretta collaborazione con la Esther Robles Gallery di Los Angeles. Quando comincia ad affermarsi con i tetti sente il bisogno di cambiare. Dopo una visita al Polesine alluvionato dipinge i ‘Delta’, che saranno molto importanti per la sua maturazione artistica. Si trasferisce per alcuni mesi in un’isola della laguna e nascono gli ‘Orti a Portosecco’ e le ‘Terre’. Questo amore per la terra è intenso e ricompare periodicamente durante la sua attività. Intanto i suoi rapporti con la critica e le istituzioni veneziane si fanno sempre più tesi, si ribella all’ipocrisia latente, non riesce ad adattarsi alle regole tacite della connivenza e si esprime sempre più crudamente. È un divorzio fatto di odio-amore e se ne va conservando pochissimi amici.

Nel 1961 comincia a insegnare all’Istituto d’Arte di Udine e l’anno seguente si trasferisce con la numerosa famiglia, moglie e cinque figli, a Tarcento, un paese in collina contornato dalle montagne. Dopo Venezia l’impatto è forte, non ha più punti di riferimento. Ricomincia a disegnare e dipinge i primi timidi paesaggi. Girando con il motorino (farà la patente solo a cinquant’anni) scopre il Tagliamento: il fiume e la terra, soprattutto la terra che è una costante della sua pittura. Riprendono i periodi: i ‘Tagliamenti’, le ‘Terre’, i ‘Soli’, i ‘Momenti di Natura’, le ‘Nature del Friuli’, la ‘Dialettica uomo natura’. Dicono, e scrivono,[2] che è un ‘astratto concreto’ o uno ‘spazialista’. Ma lui nega con insofferenza. Si considera ancora il realista che è sempre stato. Diceva: «guardate il dettaglio della terra di un bosco, o della trama di un albero, o della rena di un fiume – e vedrete la realtà come la vedo io, altro che astrattista».[3] Nel 1974 il Comune di Vendoglio, gli affitta una vecchia scuola elementare in disuso e lui ne fa il più grande studio della sua vita. È qui che nascono gli ‘ostacoli’, che intercetta nei pali che sostengono le viti in collina e che diventano barriere che intralciano il cammino dell’uomo. Nel 1976 il terremoto gli porta via tutto e lo manda profugo a Grado. Per un anno non dipinge. Come sempre nei momenti difficili si rifugia nel disegno e va a ritrarre le ‘vecchie terremotate’. Solo nel 1978 tornerà ad avere due piccoli studi (a Treppo Grande e a Brazzacco) dove esplode una felicità inventiva nei soliti temi che raggiungono punte intense nell’equilibrio dello spazio. Infine arrivano i Musi, la catena montuosa che circonda Tarcento. Ancora dettagli – della roccia che cambia con il continuo mutare della luce – un discorso che doveva continuare, interrotto dalla morte, nel 1984, dopo una brevissima malattia. Negli anni non era migliorato il suo rapporto con i critici e le istituzioni, perché non riusciva a mascherare la sua natura impetuosa e la franchezza quasi brutale.

Nel 1986 il Comune di Venezia dedica ad Albino Lucatello una grande antologica all’Opera Bevilacqua La Masa. Due anni dopo anche il Comune di Udine gli dedica una retrospettiva nella Galleria d’Arte Moderna. Nel 2004 la Regione Friuli-Venezia Giulia e il Comune di Tarcento organizzano la grande mostra realizzata a Villa Moretti. Sue opere sono esposte al Museo d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, al Contemporary Arts Museum di Houston, al Museo d’Arte Moderna di Zagabria e al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine.

Fonte: Wikipedia

CODOGNOTTO RENZO

L’arte tra idillio e intimità

di Simone Furlani

Difficile dire qualcosa di più e di nuovo sulla poetica di Renzo Codognotto rispetto a quanto è stato già notato. I tratti stilistici (l’utilizzo della luce, del colore, la reinvenzione di precisi schemi figurativi), i riferimenti alla storia dell’arte (le bagnanti di Cezanne, più che le sirene di Arnold Böcklin, gli oggetti di Morandi o di Guidi, più che le nature morte di De Pisis), la sua collocazione all’interno dell’arte contemporanea (una sintesi inconfondibile di contenuti diversi, dal realismo all’onirico, con forme e atmosfere della pittura tonale e del chiarismo)1. È un’estetica solidissima e immediatamente riconoscibile. E allora, presentando queste marine, mi pare sia utile soffermarsi su ciò che viene prima e su ciò che viene dopo, sul momento della visione e sul momento della fruizione, sul vedere dell’autore e sugli effetti che, poi, la sua opera suscita nell’osservatore. Perché l’arte di Codognotto è innanzitutto l’esito di un’idea, di un modo di vedere e di pensare, di una forma di meditazione che poi, sul versante dell’osservatore, pretende molto: pretende attenzione, cautela, concentrazione, pretende lo stesso lavoro concettuale che l’autore ha svolto prima di avvicinarsi al cavalletto e di affrontare la tela. La ricerca del punto di vista è un processo lungo e complesso. È un processo di lento e graduale avvicinamento all’oggetto, alla scena da dipingere. Si tratti del canale della Giudecca o del lido di Bibione, delle conchiglie sulla sabbia o di un tramonto accanto al faro, Codognotto sceglie con accuratezza la propria posizione, il punto esatto in cui collocarsi per osservare. È un esercizio quasi meditativo. Ma è decisivo trovare il profilo giusto, lo sguardo esatto, perché è in gioco la maggior vicinanza possibile a un reale che, in verità, rimane distante, separato, sfugge. Codognotto vuole cogliere il punto esatto in cui la realtà e il vedere si toccano, il punto, quasi miracoloso, di reciproca rifrazione che consente di vedere davvero. È un punto di differenza infinitesimale, una “piccola commozione”2 , un’obliquità pressoché impercettibile, che illumina e muove quanto raffigurato. E anche quando il suo sguardo sembra disporsi perfettamente di fronte e a pochi passi dalla scena, in verità qualche cosa all’orizzonte flette, vietando un’ortogonalità assoluta. Sempre, qualche cosa all’interno della scena disturba lo sguardo, lo tocca appena, lo smuove da una banale perpendicolarità: il tetto di una capanna, una vela o, per lo più, l’orizzonte, ai lati, s’incurvano.

È da questo punto di rifrazione che le marine di Codognotto si illuminano e prendono vita. È come un riverbero, come se sui suoi dipinti restasse traccia di una vibrazione che ha appena attraversato la tela, i tratti, le figure. Non riguarda solo la luce, ma anche gli stipiti, le barche, ombrelloni e lettini. Le sue marine prendono vita, ma senza diventare rumorose, senza smarrire la pace e la serenità indispensabili per raggiungere quel punto di vista. Lo stesso impegno è richiesto al fruitore, all’osservatore, a ognuno di noi quando guarda i suoi dipinti. Il coinvolgimento dell’osservatore è graduale. Dapprima uno sguardo immediato che rischia di fermarsi all’esterno, di restare fuori dal dipinto. Poi però, subito dopo, lo sguardo è catturato dalle linee, dai tratti, dal segno. È una rete di segni che crea uno spazio interno alla scena, nel quale, dopo aver oscillato e quasi misurato profondità e distanze, lo sguardo viene accolto e trova pace. La pace delle marine di Codognotto è la pace che lo sguardo conquista non immediatamente, ma solo dopo aver fatto fatica, solo dopo aver effettivamente osservato. L’esito è l’idillio, un lirismo elegiaco3 , memoria e nostalgia4 , una “malinconia onirica quasi alla Hoffmannstahl”5 , certo, ma non solo. Credo che l’effetto più ricercato, la sensazione decisiva voluta e infine ottenuta da Codognotto, soprattutto nelle sue marine, sia quella dell’intimità. In Codognotto l’intimità diventa esperienza estetica. Non un’intimità sovraccarica di significati psicanalitici, ma un’intimità semplice, serena, una condivisione disinteressata, rafforzata da una quotidianità altrettanto serena, una mattina di riposo in spiaggia. A metà mattina, sulla spiaggia, sotto il sole, due amiche, forse due sorelle, parlano, si raccontano un’intera settimana. L’osservatore non prova curiosità, non si sente indiscreto. L’intimità tra i personaggi ritratti o tra gli elementi del paesaggio è talmente disinteressata che l’osservatore si ritrova a condividerla all’interno della scena sicuro di non disturbare. È la confidenza del vivere quotidiano, che richiama un ideale artistico tutt’altro che utopico, tutt’altro che irraggiungibile. Codognotto non pensa l’arte come “evento”6, ma come consuetudine di vita.


Biografia

Renzo Codognotto nasce nel 1938 a Cesarolo di San Michele al Tagliamento (Venezia). Compie gli studi
artistici presso la “Scuola d’Arte Musiva” di Spilimbergo dove si diploma nel 1956. I suoi primi dipinti
risalgono proprio a quegli anni e riguardano temi naturalistici. In linea con gran parte della tendenza
dell’arte italiana di allora. Negli anni Sessanta approfondisce le sue conoscenze artistiche attraverso una
serie di viaggi. Dapprima in Italia, Venezia, Firenze e Roma dove studia i grandi maestri della pittura con
particolare attenzione al Novecento italiano e poi in Germania e a Parigi dove si confronta con le grandi
correnti dell’arte contemporanea. Alla fine degli anni Sessanta si stabilisce definitivamente a Codroipo
(Udine) dove ad oggi risiede e lavora. Qui si concretizza la scelta di dedicarsi completamente alla pittura
e si delinea in lui un’impronta di pura matrice chiarista. Frequenta il centro Friulano Arti Plastiche di
Udine e la Galleria del Ventaglio. La sua pittura dalla rappresentazione di paesaggi e campagne
inizialmente dai toni scuri si arricchisce di nuovi temi: le marine nelle quali fanno da protagonista spiagge
assolate e lagune silenziose;nature morte con conchiglie e bagnanti a cui si alternano le vedute di Venezia;
il canale della Giudecca, la regata storica da lui tanto amata e le campagne friulane nel variare delle
stagioni. Il colore diventa sempre più chiaro con toni pastello. Nel 1969 partecipa a numerosi concorsi e
rassegne d’arte in tutta Italia ottenendo numerosi consensi, premi e riconoscimenti da istituzioni
pubbliche e private.
Si succedono negli anni Settanta con ritmo incalzante le personali, alla Galleria d’Arte La Roggia di
Pordenone, alla galleria Il ventaglio di Udine, alla Galleria San Vidal di Venezia dove viene notato dallo
storico dell’arte Guido Perocco allora direttore di Ca’Pesaro che lo invita alla Triveneta delle Arti con
dieci opere. Nel 1977 è presente anche alla Mostra Lombardo Veneta allestita dalla Galleria Ponte Rosso
di Milano. Nello stesso anno tiene una personale alla Galleria d’Arte Plurima di Portogruaro (Venezia) e
nel 1979 alla Galleria Sant’Angelo di Venezia. Negli anni Ottanta si dedica alla pittura ritraendo con
maggior intensità le spiagge dell’Adriatico della Romagna, delle Marche, degli Abruzzi.
Nel 1980 espone alla Galleria d’Arte del Palazzo della Loggia a Motta di Livenza (Treviso) nel 1981 alla
Galleria d’Arte del Ventaglio di Udine.
Nel 1983 tiene una personale alla Galleria d’Arte La Cella di Carpenedo (Venezia).
L’amore per la pittura e il desiderio di crescere lo spingono a ricercare nuovi stimoli. Negli anni Novanta
prosegue e perfeziona l’attività incisoria già influenzata dal grande Maestro Giovanni Barbisan con cui
avrà modo di scambiare preziosi consigli. Nel 1991 è presente con la mostra personale alla ex chiesa di
San Gregorio di Sacile (Pordenone). Nel 1993 espone alla Società di Mutuo soccorso e di Istruzione di
Palazzo Gregoris a Pordenone. Nel dicembre 1994 viene invitato da Maramotti direttore artistico del
Teatro San Babila di Milano ad allestire una personale nel ridotto del teatro. Nel 1995 è nelle sale della
Banca Antoniana a Codroipo (Udine) per una mostra antologica.
Il frutto dei momenti carichi di passione e slancio artistico vissuti a Parigi vengono presentati con ottanta
dipinti alla mostra “La mia Parigi” tenutasi a Udine nel 1997 presso il Centro Friulano Arti Plastiche.
Mostra per la quale ricevette una lettera dall’allora sindaco di Parigi Jean Tiberi. Nel 1998 espone al
Centro Espositivo e Stamperia d’Arte Il Torchio a Roma. L’antica abbazia di Sesto al Reghena ospita nel
1999 una sua mostra personale dal titolo “Adriatico, figure, marine, suggestioni storiche”. Nel 2000
omaggia il Giubileo Alla Galleria d’Arte Adriana di San Vito al Tagliamento con una personale. Nel 2001
espone alla Banca d’Austria di Villach, nel 2002 alla Galleria d’Arte Santo Stefano di Venezia. Nel 2002
tiene una personale dedicata ai Maestri del Novecento alla Fidesarte di Pieve di Cadore, nel 2003 alla
Galleria d’Arte La Piazzetta di Udine, nel 2004 nuovamente alla Galleria Santo Stefano di Venezia nel
2007 alla chiesa di San Lorenzo a San Vito al Tagliamento e alla Fiera di San. Andrea a Portogruaro in
occasione della quale realizza 30 piatti in ceramica.
Nel 2009 espone all’Antico Foledor Boschetti della Torre di Manzano (Udine) per la rassegna Venti
d’Arte dal Friuli a Venezia. Nel 2010 è a Portogruaro (Venezia) con Arte al Marconi e una collettiva a
Palazzo de Nordis a Cividale del Friuli (Udine) per la rassegna I maestri del paesaggio. Nel 2011 espone
in una prestigiosa collettiva a Villa Manin di Passariano (Udine) e nuovamente a Palazzo de Nordis a
Cividale del Friuli. Nel 2012 è alla Scuola Secondaria Statale per una personale organizzata dal Comune
di Gruaro (Venezia). Nel 2013 espone a Villa Altan a Campo Molino Gaiarine (Treviso). Il binomio con
l’amico e artista goriziano Franco Dugo dà vita nel 2013 alla mostra “I cantori della bellezza” alla
Galleria d’Arte La Piazzetta di Udine.

Nel 2014 la città di Caorle gli dedica una personale dal titolo “Adriatico: figure, marine, storia”. Nel
2018 espone nel Scalone Abbaziale di Sesto al Reghena e al Museo Civico Palazzo Ricchieri di Pordenone,
nel 2019 alla Galleria civica d’Arte Moderna e Contemporanea di San Donà di Piave,
nel 2023 SPILIMBERGO ( Pn) , Chiesa di San Giovanni dei Battuti , ” Paesaggi dell anima” 04-08-2023/03-09-2023.
Le sue opere figurano in numerose collezioni private e pubbliche italiane ed estere. Per citarne alcune la
Galleria d’Arte Moderna di Udine, Collezione della Fondazione Friuli, della Regione Friuli Venezia
Giulia e della Provincia di Pordenone.

CIUSSI CARLO

Udine 1930 - 2012
Foto: su gentile concessione archivio Lina Ciussi

Carlo Ciussi, ha esordito nel 1953 con la sua prima mostra personale.

Da allora , nelle sue tantissime esposizioni dedicate al suo lavoro che si sono susseguite, ha sempre rafforzato una particolare vitalità creativa e un’ illimitata energia espressiva.

Frequenta il liceo artistico a Venezia traendo particolare beneficio dall’insegnamento da De Luigi sui valori formali e cromatici e da Maioli per il disegno.

Sarà la Biennale d’arte Veneziana del 1948, che aveva dedicato una sala a Picasso e una retrospettiva a Gino Rossi a colpire e ad impressionare in modo particolare Ciussi. Nel 1964, su invito di Afro Basaldella, partecipa alla sua prima Biennale Veneziana.

Negli anni a seguire ha continuato ininterrottamente a svolgere un lavoro di ricerca ,nelle varie tecniche sia pittoriche che scultoree in modi sempre intensi ed espressivi.

MIRKO

Udine 1910 - Cambridge, Massachussets 1969
Foto di Serena Basaldella
per Sua gentile concessione

Fratello di Afro e Dino Basaldella, studiò al Liceo artistico di Venezia, all’Accademia di Firenze e alla Scuola dell’arte di Monza.

Lavorò nello studio di Arturo Martini come allievo fino al 1933, quindi si trasferì a Roma. Qui conobbe gli artisti della scuola romana quali: Scipione, Corrado Cagli (di cui sposò la sorella Serena), Antonietta Raphaël, Fazzini, Mazzacurati, Leoncillo.

Tenne la sua prima mostra nel 1935 alla Galleria La Cometa, galleria di proprietà della Contessa Mimì Pecci Blunt e nella quale erano direttori artistici Libero de Libero e un giovanissimo Corrado Cagli . Un viaggio a Parigi, compiuto nel 1937 assieme al fratello Afro, lo aprì ad una visione più completa dell’arte uscendo dai confini della cultura mediterranea, assorbendo quella europea.

Nel 1935 si stabilì a Roma ed entrò nel gruppo milanese di Corrente. A New York, presso la galleria Knoedler nel 1947 tenne una mostra che ripeterà nei due anni successivi.Tra il 1949 ed il 1951 realizzò i tre cancelli delle Fosse Ardeatine, imponente scultura in bronzo.

Questa significativa esperienza indirizzò Basaldella verso la ricerca di un nuovo modo di fare scultura, con strutture e materiali diversi da quelli tradizionalmente usati, tra cui: cemento, reti metalliche, fili di ferro, materie plastiche.Fontana delle Voci (1956)La Spezia, piazza BrinNegli anni successivi ci furono molte visitazioni della cultura orientale, dell’iconologia mitica, dei totem, dei reperti assiri, mesopotamici, ebraici e precolombiani.

Il periodo che va dal 1953 al 1960 fu caratterizzato dall’utilizzo di lamine di rame e di ottone ritagliate. Di quel periodo sono la serie dei Leoni di Damasco e delle Chimere.

Nel 1957 fu chiamato a dirigere il Design work shop al Carpenter Center fot the Visual Arts della Harvard University di Cambridge nel Massachussets, da qui la sua scultura viene orientata verso direzioni tecnologiche, meccanicistiche e verso stimolazioni fantastiche dell’artigianato sacrale dei pellerossa, alcuni temi obbligati della scultura vennero riportati in forme archeologiche.

Nel 1962 partecipò, insieme ai più importanti scultori internazionali dell’epoca, alla mostra Sculture nella città organizzata da Giovanni Carandente nell’ambito del V Festival dei Due Mondi a Spoleto. Presentò due sculture in bronzo del 1961: Totem e Motivo dentato.

Nella seconda metà degli anni sessanta si dedicò ad una nuova serie di legni dipinti, gli ultimi bronzi e bronzetti nascono dalla capacità dello scultore di plasmare ogni tipo di materia, dai materiali di scarto ai mattoni, ai residui dei materiali d’incarto industriale.

Infine ricompaiono anche i temi dichiaratamente figurativi ispirati alla tematica biblica degli anni trenta, carichi di raffinate momorie culturali.

Fonte: Wikipedia

AFRO

Udine 1912 - Zurigo 1976
Foto di Serena Basaldella
per Sua gentile concessione

Dopo la morte del padre, pittore e decoratore, Basaldella compì i suoi primi studi a Firenze e a Venezia, dove si diplomò in pittura nel 1931.

Nel 1928, alla sola età di 16 anni, con i fratelli Mirko e Dino espose alla I Mostra della scuola friulana d’avanguardia (Udine), e l’anno seguente alla XX Esposizione dell’Opera Bevilacqua La Masa (Venezia). Sempre nel 1929, grazie ad una borsa di studio della Fondazione Marangoni di Udine, impegnata a promuovere e sostenere giovani artisti locali, si recò a Roma dove incontrò Scipione, Mario Mafai e Corrado Cagli.

Nel 1932 Basaldella trascorse un periodo a Milano, frequentando il fratello Mirko e lo studio di Arturo Martini. L’anno seguente espose a Milano alla Galleria il Milione.

Nel capoluogo lombardo Afro ebbe la possibilità di conoscere altri artisti italiani dell’epoca, come Birolli, Ennio Morlotti e lo stesso Arturo Martini.

Nel 1935 partecipò alla Quadriennale di Roma. Inoltre, in più occasioni espose le sue opere alla Biennale di Venezia. Le sue prime mostre personali sono datate 1936 e 1937, e si tennero alla Galleria Cometa di Roma.

Nel primo dopoguerra, la pittura di Afro fu definita “neocubista”.

Nel 1950, grazie alla presentazione dell’amico Corrado Cagli, Afro si recò a New York, dove iniziò una collaborazione ventennale con la Catherine Viviano Gallery. Il diverso clima culturale, e la varietà della scena artistica americana, influenzarono profondamente Afro, e la sua opera si sviluppò di conseguenza, verso l’astrazione.

Sempre nel periodo 1949-1950, realizzò, insieme ad un autoritratto, Tenaglia e camera oscura per l’importante collezione Verzocchi di Forlì, oggi alla Pinacoteca Civica di quella città. Fu tra gli artisti che esposero nella mostra “The New Decade: 22 European Painters and Sculptors”, presentata in varie città degli Stati Uniti. I suoi lavori furono inclusi nella Documenta I, a Kassel (Germania).

A metà degli anni cinquanta, l’arte di Afro era conosciuta internazionalmente, e la sua autorevolezza fu decretato anche in Italia, nel 1955 entra a far parte della commissione per gli inviti della VII Quadriennale di Roma e l’anno successivo, nel 1956, ottiene il premio per il migliore artista italiano alla Biennale di Venezia; sempre nello stesso periodo aderisce al Gruppo degli Otto, raccolto attorno al critico e storico dell’arte Lionello Venturi.

In questi anni si consolida una sincera amicizia e stima con Alberto Burri. Nel 1957 Afro insegnò al Mills College di Oakland (California). Nel 1958 ottenne la commissione per dipingere il murale per la sede dell’Unesco a Parigi.

Il murale si intitolava “The Garden of Hope”, e fu incluso in una serie di lavori che comprendeva anche opere di Karel Appel, Arp, Calder, Sebastian Matta, Miró, Picasso e Rufino Tamayo. Afro continuò ad esporre le sue opere nel circuito internazionale.

Fu invitato alla seconda Documenta, ed espose al MIT ed in vari musei europei. Vinse il primo premio alla Carnegie Triennial di Pittsburgh, ed il premio italiano al Solomon R. Guggenheim Museum di New York. Il Guggenheim comprò il suo quadro del 1957 “Night Flight”.

Nei primi anni settanta Afro cominciò ad accusare problemi di salute. Morì nel 1976. L’anno dopo, Cesare Brandi pubblicò una monografia su di lui.

Nel 1978 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma gli rese omaggio dedicandogli un’ampia retrospettiva.

Nel 1992 l’opera completa fu esposta a Palazzo Reale a Milano. Il Catalogo ragionato dell’opera di Afro fu presentato nel novembre 1997 all’American Academy a Roma, e nel 1998 alla Fondazione Guggenheim di Venezia.

Fonte: Wikipedia